Di Pedro Sánchez si apprezza, ancora una volta, l’albagia strategica. Ai minimi della legislatura nei sondaggi (il PSOE è scivolato dal 31,7% delle politiche del 2023 a un asfittico 26%, mentre PP e Vox veleggiano oltre la maggioranza assoluta), assediato da un’ondata giudiziaria che lambisce la moglie Begoña Gómez, il fratello David e mezza nomenklatura socialista tra i casi Ábalos, Koldo e Leire Díez, il premier iberico ha stabilito che il momento propizio per esibire polso fermo fosse esattamente questo: il picco della stagione turistica.
La mossa, per la cronaca, è una ritorsione. L’Italia aveva ripristinato dal 1° agosto i controlli di frontiera con la Spagna, provvedimento cautelare adottato dopo l’invasione incontrollata di Ceuta. Madrid ha prima intimato a Roma un ultimatum, la revoca entro il 9 agosto pena “misure proporzionate”, poi, protervo, è passata ai fatti: dall’8 agosto controlli speculari per chi sbarca dall’Italia. Occhio per occhio, documento per documento, con tanto di grancassa sulla presunta “sospensione di Schengen” che Schengen non è.
Peccato che il nostro stratega abbia obliterato un paio di dati dirimenti, che un Paese con il turismo attorno al 15% del PIL dovrebbe soppesare prima di trasformare i propri scali in imbuti. La Spagna è la prima destinazione turistica d’Europa per spesa, con entrate da record vicine ai 121 miliardi: non il comparto su cui conviene giocare a scacchi con i tornelli. Perché la bilancia turistica tra i due Paesi non è affatto in pareggio:
- 🇪🇸 5,4 milioni di italiani vanno in Spagna
- 🇮🇹 2,5 milioni di spagnoli vengono in Italia
Più del doppio. E la spesa ricalca la medesima asimmetria: gli italiani lasciano oltre 5 miliardi nelle casse iberiche, gli spagnoli poco più di 1,4 in quelle nostrane. Il saldo bilaterale pende tutto da una parte, e non è la nostra.
Tradotto: se divampa la guerra dei tornelli, a rimetterci non è chi ha il turismo al 10% del PIL e incassa meno, ma chi ci ha edificato sopra il 15% dell’economia e dipende da un flusso doppio. Ogni italiano dissuaso dalla coda a Barajas è un cliente che non spende a Palma, a Barcellona, in Andalusia. Ogni spagnolo indispettito a Fiumicino vale, statisticamente, la metà del danno.
La lungimiranza, insomma, è tutta apparente. Sánchez credeva di sagittare Roma e si è centrato il piede: un capolavoro di autolesionismo consumato nel mese sbagliato, contro il partner sbagliato, con l’arma sbagliata. Il tutto per un pugno di titoli in patria, in un Paese dove le urne non arriveranno prima del 2027. Al termine, per il turista, cambia poco: qualche verifica a campione. Per il bilancio di Madrid, un filo di più.
Giulio Galetti, 11 agosto 2026
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