Nell’inutilità del tutto e nell’esasperazione che ne consegue ci si comincia a chiedere chi vince. Svolazzano ardite ipotesi; sul Sal da Vinci peserebbero ingenti investimenti ma pare un po’ troppo cringe, il Fedez avrebbe preteso una vittoria sicura dopo le ultime delusioni, salgono le quotazioni di Serena Brancale che comunque è un double face di Arisa (le due si detestano), però più fresca di carriera mentre l’altra è bollita e ha già vinto in passato remoto. Si parla del Fulminacci, un po’ logoro e col carisma di un catafalco. Cresce l’opzione Ditonellapiaga che ha azzeccato tutto a partire dal titolo e sarebbe la nuova Angelina Mango, già perduta al business. Il gioco duro lo fanno i manager. Quest’anno la ingombrante Marta Donà nipote dei Celentano non c’è, Conti non l’ha voluta avendo vinto le ultime tre edizioni di fila (Mengoni, Mango, Olly, per tacer dei Maneskin), il che rischiava di diventare imbarazzante. Per dire come girano le cose, altro che fate la musica non fate la guerra coi bimbi ricchi che servono a lanciare lo Zecchino d’oro: si butta mica via niente.
Poi si può far la poesia che si vuole, ma anche qui bisogna parlar chiaro: se il senso della faccenda è tirar fuori ogni volta una nuova faccia e un nuovo tormentone, allora ben vengano le Dito e i Dargen che fanno il mestiere loro; se però si tratta della musica di qualità e tutte ste balle qua, allora girate alla larga: Sanremo ne è la negazione, con ottime ragioni monetarie, televisive, ma negazione.
Contano i Conti: maiuscolo ma pure anodino, la gara, la classifica s’intendono puramente in questa funzione: i primi tre vincono tutto, tour, eventi, Eurofestival, diffusione, ospitate, clic sulle piattaforme. Dal quarto in giù son briciole, per questo i quarti s’incazzano. Non sono più tempi di exploit, gli outsider non hanno spazio, dischi non se ne vendono, i soldi si fanno col merchandising e con “l’immagine”, il successo parte o passa da Sanremo: questo di tanta speme oggi mi resta.
Intanto si precisa sera dopo sera il concetto contiano di festival democratico e cristiano: la sagra dello sciacallaggio. I giovani morti di Crans Montana (non caduti in guerra ma per la scempiaggine di molti, compreso a volte chi li piange) servono a dar spolvero alla spocchia di Lauro; i nomi scarabocchiati in bella vista sui polsini di Ermal Meta, anche lì bambini, balcanici, palestinesi, tutti tranne gli israeliani, loro non fanno piazzamento; la pletora di ectoplasmi, da Pippo a Ornella a Vessicchio, del quale Masini ha ereditato la barba gufesca, eccetera; la compagna Gianna coi suoi referendum per la Repubblica, le repubbliche marinare, l’Unità d’Italia, il No sulla Giustizia; le telepromozioni delle Bambole di pezza e i fiori maschilisti di Levante, ma chi t’ha chiesto niente. Per dire del FestivalMeloni su TeleMeloni, dove non si prende niente che non sia concesso, concordato col PD, se la sora Lella volta il pollice su un Pucci, quello sparisce incenerito come Empedocle nell’Etna.
Ma a Conti di perdere emorragie di telesuccubi va bene, “pensavo anche peggio”. E se lo pensa, una ragione ci sarà. Come dire lo so che non è un granché ma questo passa il convento e io tra una settimana vi saluto e sono.
L’abbiamo detto tante volte, a parlar di Sanremo si finisce un po’ nel suo incantesimo perdendo il senso delle proporzioni: niente è vero, niente è importante, domani tutto sarà svanito, d’accordo, ma per tornare alle proporzioni, alla realtà, resterebbe da chiedersi il senso di troppe vacuità di cui si parla, dai cantanti disagiati o spaventapasseri a certi intrattenitori che devono avere dei santi molto forti in paradiso, se no non si spiega la loro onnipresenza, che neppure una sagra di paese si meritano. C’è vorremmo dire, una mediocrità imperante che fa spavento e lo fa tanto più per come viene imposta; neppure ci provano a smentirla, “gli ascolti pensavo peggio”, come una rassegnazione apatica, da Titanic che affonda con tutti che ballano. Se il meglio sono i Lauro e Pausini in conduzione, i Lillo coi balletti penosi e quell’altre “de passaggio” coi dialetti romaneschi. “Ma c’è qualcosa che salvi?”. Scusate, ma se c’è io non la vedo. E devo essere onesto con chi mi segue a costo di fare la parte del rincoglionito malmostoso.
Dovrei trovare passione in cosa? Nella conduzione soporifera, nei numeri narcolettici, nella gara dello strazio, nella sfilata degli attaccapanni? Nelle seghe promozionali di Ermal Meta griffato Trussardi che dice non si può parlare di Gaza? Se non si fa altro, se c’è gente che si fa su la carriera! Chi ti censura, Ermal? O il berciare delle attiviste con la chitarra che si dolgono non si sa di cosa. I pallosissimi processi a Conti che ha tirato dentro poche donne, cosa non vera calcolando la pletora di ospiti e conduttrici. A proposito, in sala stampa è assurto, con prudenza, a “compagno Carlo” siccome ha lanciato la nuova influencer piddina, la partigiana Gianna di 106 anni; la Pausini invece è “quella stronza che non canta Bella Ciao” (ho le mie fonti, sapevatelo).
E con questo siamo alla frutta. Secca. Il Festival è andato, ucciso di tedio, morto di noia, non lo rianima neanche il defibrillatore caricato a 200, “libera!”. Neanche l’uso letteralmente osceno, coreografico, sistematico dei bambini per cui tutti fingono di struggersi mentre non gliene frega un cazzo a nessuno. A proposito, contrordine compagni: Achille Lauro non è più “uno di noi”, è stato ingaggiato dal ministro Giuli, adesso è un fasciodemmerda, lo si può odiare, tenere in fama di pallone gonfiato. Oltretutto duetta con “la stronza”, la Pausini. Invece il compagno Meta. Ecco, si potrebbe far vincere lui. Per i bambini di Gaza, sapete. Per la Flotilla che riparte, di-rotta su Cuba, a dar man forte non al pueblo unido ma alla dittatura che frana. Se ne sentono, nella settimana drogata del Festival…
Chi vince a Sanremo non si sa ma si sa chi perde: Sanremo e con esso, in esso la dignità residua di un servizio pubblico che non sa fare meglio di così, essendo il peggio impossibile.
Max Del Papa, 27 febbraio 2026
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