Quando Giorgia Meloni ripristina per un mese alcuni controlli sugli arrivi dalla Spagna, improvvisamente l’Europa rischia di crollare. Schengen sarebbe sotto attacco, la libera circolazione sarebbe stata pugnalata e l’Italia si sarebbe trasformata in un avamposto trumpiano nel cuore dell’Unione. Sì, perché qualcuno ha messo in mezzo anche “l’esuberanza Maga” in questa vicenda. Quando invece Emmanuel Macron blinda Ventimiglia, controlla i treni, pattuglia i sentieri e rimanda indietro i migranti arrivati dall’Italia, tutto rientra nella normale amministrazione. Il confine, evidentemente, diventa scandaloso soltanto quando lo controlla il governo sbagliato.
La misura adottata da Roma è molto meno apocalittica di come viene raccontata. Per trenta giorni la polizia di frontiera effettuerà verifiche mirate sui cittadini extracomunitari provenienti dalla Spagna. Nessun blocco dei voli, nessun divieto per spagnoli, italiani o altri cittadini europei. A Fiumicino, Malpensa e Linate sono già cominciati i controlli a campione, effettuati direttamente ai gate senza particolari criticità. Chiamarla “fine della libera circolazione” è dunque una castroneria utile alla propaganda: si tratta della temporanea reintroduzione dei controlli documentali, non della costruzione di un muro tra Roma e Madrid.
E soprattutto non è un colpo di Stato contro i trattati. Il Codice frontiere Schengen consente agli Stati di ripristinare i controlli interni in presenza di una grave minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza. La misura deve essere eccezionale, proporzionata, limitata nel tempo e sottoposta alla vigilanza della Commissione. Bruxelles ha quindi tutto il diritto di chiedere spiegazioni al governo italiano. Ma sostenere che i controlli siano vietati in quanto tali significa fingere di non conoscere le stesse regole europee invocate contro Meloni. In caso di minaccia imprevista, tra l’altro, uno Stato può intervenire immediatamente per un mese, informando contestualmente le istituzioni comunitarie. E sapete quante volte è già stato sospeso dal 1990? Cinquecento volte. Sì, cinquecento, avete letto bene. I primi a farlo insieme agli spagnoli? I francesi.
Elly Schlein ha accusato il governo di avere “abbandonato l’Italia e gli italiani” e di essersi ridotto ad “agente di Trump in Europa”. Giuseppe Conte ha parlato di “psicosi Vannacci” e di un’operazione di “sciacallaggio”. Pedro Sanchez, dal canto suo, ha ricordato che tra il 2021 e il 2026 l’Italia ha registrato 478.600 ingressi irregolari, contro i 234.760 della rotta spagnola. Obiezione legittima. Così come è vero che Ceuta non permette un accesso automatico alla Spagna continentale e che Madrid sostiene di avere già riportato in Marocco la quasi totalità delle circa 50mila persone entrate nell’enclave.
Leggi anche:
Ma proprio perché i dati vanno rispettati, sarebbe opportuno rispettarli tutti. L’elenco aggiornato della Commissione europea mostra che i controlli interni sono attualmente applicati, con motivazioni differenti, da Austria, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Svezia, Italia e Francia. Parigi li mantiene dal primo maggio al 31 ottobre 2026 su tutte le frontiere interne, comprese quelle con Italia e Spagna, richiamando tra le ragioni anche l’immigrazione irregolare, il traffico di esseri umani e il rischio di infiltrazioni. Eppure Macron, mentre controlla i propri confini, può tranquillamente esprimere solidarietà a Sánchez e impartire lezioni a Roma.
Non è nemmeno una novità. I controlli francesi al confine italiano risalgono al 2015, prima dell’arrivo di Macron all’Eliseo, ma sono stati mantenuti e ripetutamente rafforzati durante la sua presidenza. Nel settembre del 2023, davanti all’aumento degli sbarchi a Lampedusa, la Francia blindò Ventimiglia, intensificando la sorveglianza sui treni, lungo le strade e sui percorsi utilizzati dai migranti per superare la frontiera. Non si ricorda, in quei giorni, una mobilitazione della sinistra italiana paragonabile a quella messa in scena oggi. Nessuno accusò Macron di essere un sabotatore dell’Europa o un attentatore alla libera circolazione.
La verità è che Schengen viene trattato come un comandamento assoluto soltanto quando serve per attaccare il governo italiano. Se i controlli li dispone la Francia sono pragmatismo, se li proroga la Germania diventano prudenza, se li introduce l’Austria sono prevenzione. Se interviene la Meloni, invece, arriva immediatamente l’accusa di nazionalismo, estremismo e isolamento internazionale.
Si può discutere dell’utilità concreta della decisione italiana. Si può osservare che gran parte dei migranti entrati a Ceuta sono già tornati in Marocco. Si può chiedere al Viminale di dimostrare l’esistenza di un rischio reale e non soltanto potenziale. È il normale confronto politico. Quello che non si può fare è spacciare una facoltà prevista dai trattati per una violazione automatica dei trattati stessi.
Schengen non è un patto suicida che obbliga gli Stati a rinunciare a qualsiasi controllo anche durante un’emergenza. È uno spazio di libertà che può sopravvivere soltanto se le sue frontiere esterne funzionano e se quelle interne possono essere temporaneamente sorvegliate quando esiste un rischio serio. Vale per Macron a Ventimiglia, per la Germania ai propri valichi e per l’Italia negli aeroporti. Altrimenti non si sta difendendo l’Europa: si sta soltanto usando l’Europa come una clava contro la Meloni e il suo governo.
Massimo Balsamo, 1 agosto 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


