Cronaca

Schlein: “No ai metal detector”. Se ci fossero stati, quella prof sarebbe sana e salva

A Bergamo una insegnante di francese accoltellata da un 13enne. Ma la priorità per la sinistra era non “militarizzare” la scuola

Valditara e la scuola dell'aggressione
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C’è sempre un momento in cui le parole smettono di bastare. E quel momento, stavolta, è arrivato in un corridoio di scuola a Trescore Balneario, provincia di Bergamo. Non in una periferia abbandonata, non in un contesto “difficile” come piace dire a chi vuole sempre spiegare tutto: in una scuola. Un luogo che per definizione dovrebbe essere sicuro. Invece no. Poco prima delle otto del mattino, uno studente di tredici anni si presenta con un coltello e una pistola scacciacani. Indossa pantaloni mimetici, una maglietta con la scritta “Vendetta”, e quando incontra la sua professoressa di francese, Chiara Mocchi, 57 anni, la colpisce al collo. La donna è in terapia intensiva all’ospedale Papa Giovanni XXIII, dopo un intervento durato due ore. Tra la vita e la morte. Dentro una scuola italiana, nel 2026.

Ora, si può raccontarla in tanti modi. Si può parlare di disagio giovanile, di fragilità, di contesti familiari. Si può dire che il gesto è “isolato”, come già fanno gli inquirenti. Tutto legittimo, per carità. Ma c’è una domanda che resta lì, scomoda, e che nessuno riesce davvero a evitare: se all’ingresso di quella scuola ci fosse stato un metal detector, quel coltello sarebbe entrato? Perché il punto è tutto qui. Da mesi il ministro Giuseppe Valditara insiste su misure più severe, sul contrasto alla diffusione di armi tra i giovani, sulla necessità di intervenire anche con strumenti concreti. E ogni volta si alza il coro indignato: la scuola non si militarizza, gli studenti non sono criminali, serve dialogo, non controlli. La solita musica, già sentita.

Solo che poi succedono queste cose. E a quel punto le parole si svuotano. Perché puoi riempire pagine di editoriali sulla “comunità educante”, puoi convocare tavoli e commissioni, puoi organizzare settimane dedicate all’ascolto, ma se un ragazzino entra con un coltello e lo usa, tutto il resto diventa improvvisamente secondario. E allora viene da dirlo senza tanti giri: andatelo a spiegare alla professoressa. Andatele a raccontare che i metal detector sono un segnale sbagliato. Che creano un clima di sospetto. Che non sono la soluzione. Andatelo a dire mentre è attaccata a un macchinario, dopo essere stata accoltellata da uno studente.

E la sinistra che dice? “Difendere la scuola vuol dire ascoltare la voce, anche quando critica, degli studenti e delle studentesse anziché avere solo l’ossessione reprimerne il dissenso, a volte anche con l’uso della forza. L’approccio securitario è una scelta politica di questo governo ed è sbagliata e noi critichiamo l’approccio repressivo, deleterio e insufficiente che mette solo il metal detector all’entrata delle scuole”, le dichiarazioni della leader piddina Elly Schlein dal palco dell’iniziativa a Napoli “L’Italia che coltiva i saperi” poco più di un mese fa. “Si tenga i metal detector e dia alla scuola pubblica più risorse” invece la posizione del M5s tramite l’ex sottosegretaria all’Istruzione Barbara Floridia a metà gennaio. E infine Avs, una delle esternazioni più significative è quella della capogruppo rossoverde in Emilia Romagna Simona Larghetti (sempre risalente a metà gennaio): a suo avviso con i metal detector “si alimentano paure e stereotipi, spesso anche razzisti: dimenticando, ad esempio, che a uccidere un ragazzo straniero di 16 anni a Bologna lo scorso anno è stato un coetaneo italiano. Forse il problema non sono ‘le etnie dei coltelli’”.

Il problema, se vogliamo essere onesti, è che non è nemmeno un caso isolato. Negli ultimi mesi abbiamo visto episodi simili ripetersi con una frequenza che non si può più liquidare come coincidenza. Abbiategrasso, La Spezia, altri casi sparsi in tutta Italia: aggressioni, minacce, coltelli negli zaini. Ogni volta la stessa dinamica, ogni volta la stessa reazione. Si minimizza, si analizza, si promette di intervenire. Poi passa qualche giorno e tutto torna come prima. Finché non succede di nuovo.

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Il ministro Valditara ha usato parole cristalline: “Quanto accaduto in provincia di Bergamo, presso l’Istituto comprensivo di Trescore Balneario, è un fatto di una gravità sconvolgente”. E ancora: “Questo fatto dimostra che è necessario approvare rapidamente le nuove, severe norme predisposte dal governo per contrastare la criminalità giovanile e in particolare la diffusione di armi improprie fra i giovani”. Parole che fino a ieri sarebbero state bollate come securitarie da qualche solone e che oggi invece suonano semplicemente come un tentativo di stare dietro alla realtà.

Perché qui non si tratta di trasformare le scuole in caserme, come qualcuno continua a ripetere. È una caricatura comoda, che serve a evitare il punto. Si tratta di impedire che qualcuno entri armato. Di mettere un filtro minimo tra la strada e l’aula. Di prendere atto che qualcosa è cambiato, e che far finta di niente non rende le scuole più sicure, ma solo più vulnerabili. La verità è che il mondo che molti continuano a raccontare, quello in cui basta “più dialogo” per risolvere tutto, non esiste più. E il rischio è che ce ne si accorga sempre allo stesso modo: troppo tardi, quando qualcuno è già stato colpito.

A Bergamo è successo di nuovo. E stavolta non basta dire che è un episodio isolato. Stavolta bisogna avere il coraggio di scegliere da che parte stare: tra chi continua a difendere i principi astratti e chi prova a evitare che la prossima professoressa finisca in terapia intensiva.

Franco Lodige, 25 marzo 2026

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