Esteri

“Se ci saranno arrembaggi…”. Flotilla avvisata: nessuna scorta. Ma se ne infischiano

I pro Pal vogliono forzare il blocco navale di Israele ma telefonano alla Farnesina in cerca di protezione. Vogliono “liberare Gaza”, ma coi militari italiani pronti al soccorso

gaza flotilla
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Le barche sono ripartite. Non più 51, ma una quarantina abbondante: la Global Sumud Flotilla ha lasciato Creta e punta ancora dritta verso Gaza. Gli attivisti non si fermano, neanche dopo i primi dietrofront interni, gli appelli del Quirinale, gli avvertimenti del governo e le tensioni internazionali. Una bella sfida — simbolica o reale? — ma con i rischi veri che pagano i soliti noti: contribuenti e militari italiani chiamati a “tampinare” da lontano il convoglio. Come reso noto su Telegram, l’arrivo stimato è tra 4 e 7 giorni. Tra due giorni, la flottiglia entrerà nella zona ad alto rischio, dove la vigilanza e la solidarietà globali sono più necessarie.

Nel frattempo si moltiplicano i contatti tra gli attivisti e la diplomazia italiana. Maria Elena Delia, portavoce della delegazione italiana del “Global Movement to Gaza”, appena rimessa piede sul suolo nazionale ha chiamato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Una telefonata dai toni garbati ma fermi: “Andiamo avanti, ma c’è disponibilità a lavorare a una soluzione per un corridoio permanente di aiuti a Gaza”. Insomma: non si molla, ma se si può trovare una strada che non implichi un incidente diplomatico (o peggio), meglio.

Tajani, che ormai si è trasformato in una via di mezzo tra ministro e pompiere, ha ribadito la posizione del governo: “Forzare il blocco è pericoloso”. In caso di attacchi alla flotta, chi li va a salvare? Nessuna scorta militare, ha precisato Tajani: “La nave militare non gli fa la scorta, questa è l’unica cosa certa”. Tradotto: se entrano in zona rossa, sono affari loro. La Marina li segue a distanza, solo per eventuali emergenze. E Frontex? Qualcuno a Bruxelles ha perfino avuto l’ardire di scrivere a Ursula von der Leyen per chiedere che l’agenzia europea delle frontiere garantisca sicurezza alla Flotilla. La risposta, a dir poco scolastica: “Siamo un’organizzazione civile, non militare. Non abbiamo la capacità di fornire protezione o scorta”. Chiaro?

Tajani in serata ha evidenziato: “Altri governi ci hanno chiesto sostegno. In modo particolare il ministro degli Esteri belga e quello portoghese, e il governo francese tramite l’ambasciata di Parigi ha chiesto l’eventuale disponibilità a soccorrere (le persone a bordo della Flotilla, ndr) in caso di malattie e problemi di mare. Ho detto che in base al codice della navigazione sosterremo tutti quanti, non ci tireremo indietro nel sostenere chiunque avesse bisogno. Fermo restando che è molto chiaro, non devono esserci fraintendimenti: nessuna operazione di tipo militare“. “La nostra Marina militare non scorterà la Flotilla per forzare il blocco navale. Questo è sicuro. Nel momento in cui si avvicina al blocco navale non possiamo fare niente” ha aggiunto il titolare della Farnesina.

“Ho chiesto” al governo israeliano che “non ci fossero atteggiamenti violenti nei confronti delle persone”, ha aggiunto Tajani, confermando di aver ricevuto rassicurazioni da Tel Aviv. A Flotilla “ho detto che non ci sarà alcuna protezione militare, la Marina militare non accompagnerà le barche per attraversare lo sbarramento israeliano. Loro lo sanno. Ho chiesto più volte al governo israeliano di garantire l’incolumità delle persone qualora ci siano arrembaggi, e di avere un atteggiamento prudente e non violento” ha aggiunto: “Ma non so chi c’è a bordo, so chi sono gli italiani, e sono convinto che avranno un atteggiamento ghandhiano in caso venissero fermati, e mi auguro che sia di tutti. Speriamo che prevalga il buonsenso e che le parole di Mattarella siano ascoltate. Noi possiamo solo fare da mediatori e sostenere il lavoro del Patriarcato. Gli inviti alla prudenza non sono mai troppi”.

Nel frattempo, a Roma si pensa a soluzioni “mediane”. L’ipotesi più concreta — e meno pericolosa, nonché quella invocata anche dal presidente Sergio Mattarella — resta quella che coinvolge il Patriarcato latino di Gerusalemme: la Flotilla attraccherebbe a Cipro e da lì, sotto la supervisione del patriarca Pierbattista Pizzaballa, i carichi di cibo verrebbero trasferiti al porto israeliano di Ashdod, poi inoltrati attraverso il corridoio umanitario già esistente. È la cosiddetta “via Amalthea”, gestita dalle Misericordie.

Peccato che gli attivisti non sembrino troppo convinti. Il piano ha il sapore del compromesso, e di compromessi, da quelle parti, pare non vogliano sentir parlare. Sarebbe una sconfitta, dopo tante chiacchiere. Delia, che dopo gli appelli del presidente Mattarella mostra una certa apertura al dialogo, ha detto di augurarsi “una soluzione che tenga conto tanto della gravissima emergenza umanitaria quanto della necessità di ripristinare la legalità internazionale”. E nel frattempo si prepara a tornare a Roma per incontrare politici e ministri. E non è finita. Un’altra via — considerata “rivoluzionaria” da qualcuno a bordo — prevederebbe l’arrivo in Egitto, sfiorando le acque israeliane. Gli aiuti verrebbero poi scaricati e trasportati via terra, attraverso il valico di Rafah. Un corridoio che però, al momento, è più chiuso che aperto. Ultima ipotesi, la più azzardata: una sorta di “cordone navale” in mare, con navi europee a bloccare il passaggio verso Israele. Uno scenario da film che, per ora, sembra irrealistico e soprattutto altamente pericoloso.

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Intanto, dal mare, gli attivisti rilanciano: “Nonostante i sabotaggi la missione continua. La delegazione italiana presente a bordo è composta da circa 50 persone, di cui circa quaranta sono rimaste a bordo e le rimanenti hanno legittimamente deciso di tornare in Italia per proseguire l’attività insieme all’equipaggio di terra”. Quaranta idealisti che vanno avanti “nonostante tutto”. Con la certezza che, se le cose dovessero andare male, qualcuno — probabilmente un militare italiano — dovrà andare a prenderli. Sempre in nome della pace.

Franco Lodige, 27 settembre 2025

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