L’altra Salis, quella che il martello lo lanciava in pedana e quindi è stata fatta sindaco di Genova, dice “Una lunga durata non corrisponde sempre a qualità, diciamo”, e già le spuntano i baffetti dalemiani, da hominus Bialetti sovieticus. La sinistra comunista finge di non capire, apprezza l’allusione scagliata lontano, verso donna Giorgia, il disprezzo sessista lo dirotta sul vecchio camerata La Russa che maramaldeggia all’idea di una serata insieme a Carfagna e Gelmini, il che, è chiaro, va letto in correlazione con l’onda nera che dalla Sassonia a macchia d’olio, si propaga dal Manzanarre al Reno e fino al Po.
La sinistra comunista non è che “non empatizza”, come dice quell’omarino del cancelliere tedesco che si rifà alla regola di Wanna Marchi, “i coglioni vanno inculati”, specialmente se elettori; la sinistra comunista è, lo ripeto ogni articolo che scrivo, deficiente. Ora, il vecchio Gnazio ha passato gli 80 e le due pulzelle di cui sopra non sono esattamente due veline, uno potrebbe benissimo vederci una innocente e magari patetica galanteria, per scomodare Gian Burrasca, “da vecchio gommeux”: damerino, gagà, insomma qualcosa di pacificato, di tranquillo, si può benissimo trarre diletto da una serata a tre a cena, in salotto, senza scomodare per forza certe improbabili evoluzioni erotiche; la sinistra comunista (che è deficiente), che considera Ranucci “un rubacuori”, parte lancia in resta (ops!) e non fa sconti. Agli altri.
Che dovremmo dire a questo punto? La solita sega (ops!) della doppia morale, del concetto identico che assume significati ribaltati a seconda di chi lo esprime? Trito e ritrito, più scontato di un porno con Siffredi o un romanzo di Sigrfido: ma no, preferiamo considerare la miseria di un partito comunista che si forza al ridere di ferro, “ha-ha-ha” sulle uscite scontate, non molto originali, da mazza ferrata (ops!) o martello lanciato male, di una maggiorente e vede la malizia dove non può più starci per sopraggiunti limiti di età.
È il comunismo trombonesco dei Cecchettin in carriera che vedono scempi erotici in uno sguardo, un complimento, ma davanti ai pedofili, ai mostri seriali bengalesi o pakistani lasciati puntualmente liberi (e un orco libero ne genera subito altri dieci), non fiata perché gli fanno comodo i voti etnici o, addirittura, li normalizza, li contestualizza secondo la morale ignobile “che sarà mai, così fan tutti”; che trucca le cifre dei “femminicidi” applicandoli tutti ai bruti nostrani, anche quelli per mano o scimitarra islamica. Dovremmo continuare?
Che pena però questa tensione perenne alla mistificazione, al doppio registro, al dirottamento etico, all’ironia chirurgica (che lascia le pinze in panza), al peraltrismo che sarebbe benaltrismo a pera: “parlaci di…”, per non dover parlare di quello che imbarazza. La ex amante di Lavitola definisce pubblicamente l’ex amico Ranucci “bugiardo e porcone”: e non succede niente, tutti a fischiettare, quando per molto meno Sigfridolo, il tombeur des femmes, annuncia fuoco e fiamme. Fosse vivo oggi, il vecchio sudicione, maiale parassita, gommeux e molestatore seriale, aggiornerebbe la sua celebre verità: la storia si ripete sempre, la prima volta in forma di tragedia, la seconda di merda.
Max del Papa, 10 settembre 2026
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