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Se LinkedIn diventa la nuova frontiera del rimorchio

LinkedIn è il nuovo puttanaio del web: è il vero sito di incontri, il più frequentato e al contempo il più insospettabile. LinkedIn è nato nel 2003 con “lo scopo principale di consentire agli utenti registrati di mantenere una lista di persone conosciute e ritenute affidabili in ambito lavorativo”.

La rete di LinkedIn, presente in oltre 200 paesi, a gennaio 2009 contava circa 30 milioni di utenti, ha superato i 100 milioni di utenti il 22 marzo 2011, i 200 milioni a gennaio 2013, i 530 milioni nel 2017 e ha raggiunto i 630 milioni nel giugno 2019.

Da qualche tempo, però, è diventato il più nascosto e al contempo frequentato portale di incontri: con la scusa del lavoro sono sempre di più gli utenti che, dietro la parvenza di sito professionale, lo usano per “relazionarsi”. Certo non ci sono profili esplicitamente sessuali, su LinkedIn sono tutti professionisti, giornalisti, addetti stampa, life coach, bankers: gente che lavora, insomma, e lontana anni luce dalle vere app di appuntamenti che oggi vanno per la maggiore. Non c’è la geocalizzazione, il servizio che permette vedere chi cerca appuntamenti al buio vicino a casa nostra, ma piano piano si è trasformato nel vero e più nascosto portale di incontri di facili costumi.

Con la scusa del curriculum professionale – su LinkedIn anche la casalinga di Voghera diventa una “house stylist” – si entra in contatto immediatamente: scatta in automatico una chat privata con scritto “saluta il tuo nuovo amico o amica”. Ed è proprio grazie a questo meccanismo che nascono, nel 90% conversazioni che partono dal professionale: “cosa fai?” “Ho visto che anche tu lavori nell’alta finanza”, “nel giornalismo”, “siamo della stessa città”, “perché non ci incontriamo per un caffè?”.

A parte la solita scusa italiana del caffè, LinkedIn favorisce gli incontri reali. Nulla di male sia chiaro, ma è l’ipocrisia degli utenti a lasciare sorpresi: più che incontri di lavoro la maggior parte cerca incontri personali dietro il “come sei bravo” o “ho letto il tuo curriculum”.

Difficile sfuggire a inviti che non sono espliciti perché su LinkedIn, anche l’ultimo arrivato smillanta esperienze professionali che se non false risultano quanto meno esagerate. Se lavori in un fast food sei subito “Direttore di catena”, se sei un giornalista sei subito “Caporedattore”, se lavori nella cucina di un ristorante sei subito “aiuto-chef” perché la posizione la decide l’utente senza alcun controllo da parte delle aziende

Certo ci sono i feedback che gli altri utenti lasciamo pubblicamente sulla tua professionalità, ma ormai sono riservati a quelli che nella piattaforma sono iscritti da anni. Non è un caso che le foto profilo, che raccontano più di quello che fai, sono sempre più vicine a un’avvenenza acchiappa incontri. Con l’alibi della piattaforma di lavoro, non è un casino esplicito come le altre applicazioni: su Meetic la maggior parte degli utenti usa foto e nomi di fantasia. E i risultati sembrano ottimi: chi non ha almeno un amico che non si vanta delle proprie conquiste con dovizia di particolari? LinkedIn, invece, è ancora qualcosa di sommerso: non si va direttamente al sodo, prima ci vuole come minimo un caffè, poi si passa alla cena e poi chissà.

Per questo dietro la facciata del profilo lavorativo – difficile incontrare una sciampista, sono tutti amministratori delegati – il più serio sito di scambio di esperienze lavorative diventa un sito solo di scambio….

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