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Se l’università diventa il santuario dei clandestini

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Mentre Matteo Salvini si appresta ad un processo politico per le sue azioni contro l’immigrazione clandestina, dalle Università italiane sale un fermento che di questo sistema fa l’elogio, compresi schiavisti e venditori di uomini, trasformandole in santuari dei clandestini. E il nemico è ovviamente sempre lui, il ministro dell’interno, il principale responsabile di una politica che, con scarsa fantasia ma con molta ignoranza, viene chiamata «fascista».

Qualcuno mi dirà: «ma Gervasoni, ormai tu sei un vecchio reazionario, gli studenti sono sovversivi e rivoluzionari sempre ovunque e in ogni tempo: come si diceva nella Vienna belle Epoque, chi non è rivoluzionario prima dei venticinque anni è un poco di buono». Sarei disposto ad accogliere il rilievo se l’agitazione «antifascista», e in realtà immigrazionista, venisse soprattutto dagli studenti. Purtroppo però, le teste che vedo agitarsi nel culto del migrante e delle frontiere aperte sono più spesso calve, canute o, nel caso delle signore, trattate dal maquillage di ottime tinture di parrucchiere.

Il caso più eclatante è quello del Rettore di Palermo, Fabrizio Micari, già candidato sfortunatissimo del Pd alle regionali, che ha iscritto nel suo ateneo un immigrato in attesa del responso della domanda di asilo, quindi irregolare; decisione ovviamente sbandierata come un gesto di civiltà rispetto all’orribile governo deportazionista. Sappiamo poi di lezioni trasformate dai docenti in comizi, o per meglio dire, in prediche a senso unico, seguite da inviti a mobilitarsi, a scendere in piazza, a firmare appelli contro il « razzismo » del governo; che circolano in alcuni casi anche nelle mailing list di Dipartimento, di solito occupate a render conto di seminari e di convegni.

Ora il professore che diventa agit prop (e questo vale per qualsiasi causa) commette un triplice fallo: contro l’etica, contro la scienza e contro la politica. Contro l’etica, perché la sua posizione di superiorità rispetto a studenti non interessati alla «battaglia» oppure proprio ostili, gli consente facilmente di manipolarli. Contro la scienza, perché, come scriveva nel 1918 Max Weber in una celebre conferenza, in cui esortava a lasciare la politica fuori dalla cattedra, il compito di un «abile maestro è insegnare ai propri allievi a rendersi conto dei fatti imbarazzanti per la sua stessa ‘opinione di partito’». È questo, insomma, lo spirito critico: non inveire contro Salvini o Toninelli. Ma si fa infine anche un cattivo servizio alla politica, di cui ai giovani si restituisce l’immagine di un’attività ideologizzata, violenta, in cui chi non la pensa come te è un nemico da abbattere.

Abbiamo visto tante volte nel passato queste scene svolgersi in atenei prestigiosi, trasformati negli anni Settanta in scuole reclutamento del terrorismo. Ma questa non è una buona ragione perché ciò accada ancora. Inoltre allora la protesta nasceva dagli studenti, e solo poi trovava l’appoggio e la condiscendenza (speso vile) di molti docenti. Qui invece sono questi ultimi che si mobilitano.

Attenzione, non è un retaggio del passato: è un tentativo di portare anche in Italia la guerra identitaria che sta degradando le facoltà umanistiche e di scienze sociali degli atenei Usa e Uk. Attraverso il culto del migrante e delle frontiere aperte le nuove guardie rosse del multiculturalismo cercano di abbattere la cultura occidentale, la religione (ovviamente solo quella cristiana ed ebraica), il passato «colonialistico e imperialistico», il «dominio fallocratico» del maschio, fino alla «dittatura del genere sessuale». In quei paesi siamo ormai alla caccia alle streghe, cioè a coloro che non condividono o che vogliono studiare in modo critico. Evitiamo che lo strumentale elogio del «migrante» trasformi anche gli atenei italiani in campi di battaglia e in collezioni di cervelli all’ammasso.

Marco Gervasoni, 7 febbraio 2019