Pillole Ricossiane

Se non vi piace il capitalismo, andate a Cuba (e gettate gli smartphone)

Gli scritti di Sergio Ricossa, economista e liberale vero, per leggere il presente

Javier Milei, presidente dell'Argentina
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In uno dei suoi recenti interventi il Presidente dell’Argentina, Javier Milei, ha ricordato che nel suo paese è in corso la costruzione di un sistema liberale che dovrà svilupparsi per i prossimi 100 anni e chi non è d’accordo può lasciare l’Argentina per andarsene a Cuba o in Venezuela o in qualche altro paradiso simile. Una delle caratteristiche principali di coloro che aspirano alla distruzione del progresso capitalistico per un ritorno pauperistico a chissà quale paradiso terreste socialista, è quella di sputare nel piatto dove mangiano.

Criticano in ogni forma il capitalismo e lo fanno usando tutta la tecnologia e il progresso che il capitalismo ha messo anche a loro disposizione. Usufruiscono dei benefici e delle tecnologie che il capitalismo ha creato e diffuso e allo stesso tempo continuano a denigrarlo. Inneggiano alla decrescita per un ritorno al paradiso bucolico socialista, e lo fanno comunicando via social utilizzando lo smartphone. Ed è un eterno ritorno: ogni nuova generazione di anticapitalisti se ne esce sostenendo che in passato si viveva meglio. Invece in passato si viveva peggio, questo è il fatto.

Nel suo meraviglioso libro “Storia della Fatica- Quanto, dove e come si viveva” (Armando Editore – 1974), già cinquantadue anni orsono Sergio Ricossa, con le sue incredibili, ma per lui consuete, arguzia e preveggenza, effettuava un’analisi, tutt’ora attualissima, al confine tra economia e storia, tra demografia e sociologia, tra tecnologia e statistica, sugli impressionanti sforzi compiuti dall’umanità per riuscire a giungere a vivere come viviamo. E sull’ignoranza di chi, ancora oggi, è immerso nei grandi vantaggi che industrializzazione e progresso tecnologico hanno consentito, e non sa quasi nulla dello sforzo e delle meraviglie tecnologiche e organizzative che sono servite per arrivare a questi livelli di tenore di vita, e così diffusi.

Scriveva Ricossa: “Siamo figli di una civiltà industriale che non conosciamo: viviamo in mezzo a macchine di cui ignoriamo il modo di funzionare, e lavoriamo in una economia che obbedisce a regole sulle quali sappiamo poco o nulla. Ogni sera decine di milioni di persone guardano un apparecchio, chiamato televisore, che è un perfetto oggetto misterioso: realizza il prodigio di farci vedere quel che sta accadendo magari all’altro capo del mondo, ma non quello di farci chiedere come sia stata possibile l’invenzione della televisione, chi l’abbia concepita, e perché il lusso di possedere una tale scatola magica se lo possano permettere quasi tutti, e non solo pochi privilegiati. Zworykin, l’uomo che forse più di ogni altro contribuì all’invenzione, è un nome che quasi nessuno ha sentito nominare: a quest’uomo non si innalzano monumenti e non si intitolano le vie; i libri di storia generalmente tacciono di lui. Di conseguenza la nostra civiltà industriale non è nostra affatto, non sentiamo che ci appartenga; la giudichiamo male, ma siamo incapaci di confrontarla sensatamente con le altre diverse; il suo destino, che è vulnerabile, ci lascia indifferenti. Ci comportiamo come se fosse piovuta dal cielo, senza alcuno sforzo nostro e dei nostri avi, quasi dovesse soddisfare un nostro diritto naturale; e pensiamo spesso che, senza alcuno sforzo nostro, abbia l’obbligo di darci sempre di più, sempre di meglio. Un qualunque intoppo, per esempio un ostacolo ai rifornimenti di petrolio, ci coglie di sorpresa. Un qualunque difetto ci indigna” (Ibid).

Basta sostituire la parola “televisore” con “smartphone” e il gioco è fatto: siamo fermi lì, tutto è dovuto, tutto è piovuto dal cielo, non ne capiscono niente e nel dubbio sparano a zero sul capitalismo cattivone.

Come dice Milei, se l’economia di mercato e gli standard che ha creato sono così insopportabili, agli insoddisfatti rimane pur sempre la possibilità di trasferirsi nei paradisi dell’economia socialista. Chi come noi resterà, invece, tra le maglie del capitalismo, cercherà di sfruttare al meglio anche gli ultimi ritrovati del progresso, come l’intelligenza artificiale che purtroppo, almeno per il momento, non riesce a supplire interamente all’ignoranza naturale.

Fabrizio Bonali, 19 agosto 2026

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