C’è qualcosa di meraviglioso, nel senso negativo e ironico del termine, nel day after del referendum sulla giustizia. Il governo aveva cercato di mettere un correttivo ai mali che da tempo attanagliano l’ordine giudiziario, vedi la degenerazione delle correnti e un sistema, quello del Csm, incapace di sanzionare adeguatamente i magistrati che sbagliano. E ora, dopo aver condotto una battaglia di fuoco contro le modifiche costituzionali, il giorno dopo si scopre che buona parte di quelli che urlavano NO adesso chiedono la riforma della giustizia.
Sembra una barzelletta, ma non lo è. Ieri il nostro barista vi ha raccontato il caso del Pd, che si scopre riformista dopo aver affossato la riforma. E oggi è il turno di Nino Di Matteo che, Intervistato da La Stampa, si dice sì «felice» per la vittoria del No, ma allo stesso tempo riconosce che il sistema giudiziario italiano ha bisogno di interventi.
«I cittadini hanno detto no al tentativo di modificare sette articoli della Costituzione senza un solo emendamento parlamentare», spiega. «Sono felice perché il voto è l’ulteriore dimostrazione che nel Paese esiste una maggioranza silenziosa, che non si riconosce necessariamente nei partiti, e crede nella Costituzione». Un passaggio in cui Di Matteo sottolinea anche un elemento politico non secondario: «Mi ha colpito la mobilitazione dei più giovani».
Sul ruolo della magistratura nel dibattito pubblico, il giudice respinge le accuse di invasione di campo. «Credo che il magistrato, quando si parla di riforme che riguardano la giustizia o la lotta al crimine, abbia il diritto di dire la sua. In questo caso ho sentito il dovere di farlo perché ho visto un pericolo per le garanzie dei cittadini». E, replicando a Giusi Bartolozzi, che aveva parlato di “plotone di esecuzione”, aggiunge: «A me è venuto in mente quello davanti al quale si sono trovati i ventotto magistrati uccisi dalla mafia e dal terrorismo».
Non manca però una presa di distanza da alcuni eccessi interni alla categoria. Di fronte alle immagini di procure in festa per il risultato referendario, Di Matteo ammette che «certe reazioni potevano essere evitate».
Il punto centrale resta però il futuro della giustizia dopo lo stop alla riforma. «Sarebbe intellettualmente disonesto pensare che la giustizia e l’autogoverno della magistratura funzionino in maniera perfetta», riconosce Di Matteo. «C’è da ridurre i tempi del processo garantendo efficienza, senza sacrificare le garanzie, e c’è da recidere il legame patologico fra le correnti dell’Anm e il Csm». Capito? Va fatta la riforma che prevedeva la riforma Nordio, però quella l’hanno bocciata perché, spiega il magistrato, «ogni cambiamento va costruito con il giusto metodo, quello delle riforme ordinarie».
Nel merito delle proposte bocciate, l’ex consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura è netto: «Il rimedio era peggiore del male: prevedendo due tipi diversi di sorteggio nel Consiglio si sarebbero spostati gli equilibri a favore della politica». E sull’ipotesi di un organo di autogoverno separato per i pm: «Lo dico da pubblico ministero: l’autoreferenzialità di un organo diverso da quello del giudice sarebbe stato pericoloso per i cittadini».
Volete la perla finale? Come superare allora il problema delle correnti? Sapete come? Con il sorteggio. O meglio, con «un sorteggio temperato», cioè «una lista di cento o duecento magistrati estratti a sorte dalla quale poi scegliere con voto chi mandare al Csm». E aggiunge: «Resto anche convinto della utilità di un divieto temporaneo di eleggibilità di chi abbia ricoperto incarichi apicali all’interno dell’Anm o delle singole correnti». Scusate: ma il sorteggio non era offensivo nei confronti dei magistrati? Non avrebbe rischiato di far andare al Csm persone poco competenti nella materia di gestione dell’organo di autogoverno delle toghe?
A questo si aggiunge anche il comunicato arrivato oggi da Area democratica per la giustizia: “Dopo la clamorosa vittoria al referendum, è sorta dal basso la iniziativa di tanti giovani magistrati per chiedere una assemblea straordinaria della Anm per discutere ed affrontare i veri problemi del servizio giustizia. Così come la mobilitazione per il No, si tratta di un altro ottimo esempio della vivacità culturale della magistratura italiana che si manifesta anche al di là delle forme classiche di associazionismo. Sono fenomeni da incoraggiare, nel rispetto delle regole statutarie della Anm. Per favorire la iniziativa -annunciano i magistrati progressisti- il gruppo di AreaDg nel Comitato direttivo centrale ha chiesto di inserire nell’ordine del giorno del Cdc di sabato prossimo la convocazione di una assemblea straordinaria, a prescindere dal raggiungimento del numero di firme raccolte”. Il giorno dopo, tutti riformisti?
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