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Sfratti e licenziamenti: i due blocchi non sono uguali

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“Tanto vale abolire la proprietà privata”, ha scritto Nicola Porro a proposito della sospensione delle esecuzioni di rilascio (gli sfratti) in essere ormai da quasi 15 mesi. “È difficile – scrive – giustificare, da un punto di vista liberale, l’impossibilità per un proprietario di godere dei propri beni, soprattutto nel caso in cui i contratti non siano stati rispettati”.

Parole sante. Ricordiamo, ancora una volta, di che cosa stiamo parlando. Non già – come qualcuno (a volte per ignoranza, altre con malizia) dice – di un aiuto agli inquilini in difficoltà con il pagamento dei canoni, bensì dell’annullamento per legge degli effetti di tutti i provvedimenti con i quali i giudici hanno stabilito, al termine di un lungo procedimento giudiziario, che un immobile debba essere liberato da chi lo occupa abusivamente e restituito al suo legittimo proprietario. Il tutto, quasi esclusivamente con riferimento a mancati pagamenti dei canoni di locazione che si riferiscono a un periodo precedente al sorgere della pandemia.

Nello stesso articolo, Porro parla anche di un altro blocco, quello dei licenziamenti, che nelle scorse settimane è stato oggetto di una polemica fra Confindustria e il Ministro Orlando. E lo descrive – condivisibilmente – come una misura che “uccide in prospettiva le imprese e danneggia il mercato del lavoro”. Così come, aggiungiamo noi, il blocco sfratti uccide l’affitto e danneggia, in prospettiva, gli stessi inquilini.

Qual è, però, la differenza fondamentale fra questi due interventi similmente liberticidi? Una, in particolare: il blocco dei licenziamenti è, in sostanza, a carico dello Stato (o dei contribuenti, per dirla in altro modo), attraverso i cosiddetti ammortizzatori; quello degli sfratti, invece, pesa interamente sulle spalle dei proprietari degli immobili: espropriati del loro bene, impossibilitati a trarne un reddito, costretti a pagarne le spese di gestione e manutenzione e neppure esentati dall’Imu.

La cosa, però, non sembra scandalizzare nessuno. Anzi, il Governo Draghi ha perseverato nell’errore iniziato dal Governo Conte 2, addirittura portando fino al 31 dicembre 2021, in alcuni casi, la sospensione delle esecuzioni.

La Corte costituzionale si occuperà di questa normativa, visto che il Tribunale di Trieste ha sollevato la questione di legittimità su iniziativa di Confedilizia. Ma un Governo e un Parlamento che si rispettino non aspetterebbero un’eventuale pronuncia di incostituzionalità per correggere una rotta così palesemente sbagliata.