Alice Weidel, co-leader di Alternative für Deutschland, partito tedesco simbolo della destra radicale, è risultata la più apprezzata tra le politiche tedesche secondo un recente sondaggio. Ben quinta nella classifica generale, dominata dal ministro della Difesa socialdemocratico Boris Pistorius, Weidel ha evidentemente conquistato una parte significativa dell’elettorato, al punto che il suo partito l’ha già incoronata “cancelliera dei cuori”.
Un risultato che arriva dopo anni di attacchi sistematici da parte dell’establishment politico europeo e di molti media, attraverso etichette di estremismo e tentativi di isolamento mediatico e istituzionale.
Come ampiamente prevedibile, la strategia della demonizzazione — ovvero la costruzione sempre più frequente da parte dei critici di un’immagine fortemente negativa dell’avversario politico, al fine di renderlo impresentabile o pericoloso per la democrazia — ha mostrato in questo caso i suoi limiti evidenti. Per lungo tempo media, partiti tradizionali e parte delle istituzioni tedesche hanno descritto Weidel e l’AfD come forze incompatibili con i valori della Repubblica Federale di Germania.
L’obiettivo era chiaro: evitare il confronto sulle idee e sulle politiche concrete, scegliendo invece la strada dell’isolamento politico e del cosiddetto cordone sanitario sostenuto dalla stampa mainstream. Eppure, nonostante questa pressione costante, la leader dell’AfD continua a guadagnare terreno nella considerazione degli elettori, superando i confini del proprio elettorato tradizionale e conquistando consensi trasversali.
Questo fenomeno si spiega, secondo questa lettura, con la distanza crescente tra la narrazione politica e mediatica dominante e la realtà percepita da una parte dei cittadini, che si allontanano progressivamente dalle interpretazioni dell’establishment. La Germania affronta infatti sfide rilevanti: un’immigrazione che ha messo sotto pressione le periferie di molte grandi città, una crisi energetica ereditata da scelte passate, una deindustrializzazione preoccupante e un’economia che fatica a ritrovare slancio.
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Di fronte a questi problemi, il linguaggio diretto di Weidel, insieme a proposte considerate radicali ma incisive dai suoi sostenitori, intercetta il malcontento di chi ritiene che centrodestra e centrosinistra tradizionali non siano riusciti a fornire risposte efficaci. Il governo di Friedrich Merz, secondo questa lettura, si muoverebbe tra difficoltà interne e tensioni geopolitiche, con una coalizione percepita come fragile e un consenso in calo.
Di contro, la crescente popolarità personale di Weidel mostrerebbe come la strategia della demonizzazione possa risultare controproducente: più si insiste nel rappresentare un politico come una minaccia estrema, più si rischia di generare un effetto opposto, aumentando l’interesse e la simpatia di una parte dell’elettorato.
Weidel, economista di formazione, si presenta come una figura politica che rivendica un’impostazione liberale e una forte attenzione ai temi economici, sfuggendo a molte delle etichette semplificatorie usate dai suoi critici. Questo caso tedesco viene infine letto come un possibile monito per altri Paesi europei, Italia inclusa. In questo contesto viene spesso citato anche il caso del generale Roberto Vannacci, come esempio di figura politica che avrebbe tratto visibilità proprio dal conflitto mediatico che la circonda.
In sintesi, la tesi centrale è che la strategia di delegittimazione dell’avversario politico non sempre ne riduce il consenso, ma può talvolta rafforzarlo, soprattutto in un contesto di crescente sfiducia verso le élite tradizionali.
Alessandro Bonelli, 11 giugno 2026
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