Premettiamo che ci addentriamo nel campo delle ipotesi, dell’incerto. Forse del profetico. Eppure, pensiamo che il famoso video generato con intelligenza artificiale nel quale si ammira una nuova Gaza inondata di soldi e attrazioni turistiche lussuose non sia poi così incredibile, e che possieda invece una natura, per l’appunto, profetica.
Sicuri che una Gaza così sia davvero impensabile? Ipotizziamo un grande piano di ricostruzione a scopo di investimento: miliardi di petrodollari arriverebbero dai sauditi, i quali non vedono l’ora di liberarsi dei terroristi zozzoni e filo-sciiti di Hamas, per finanziare la ricostruzione di ciò che ora è solo un cumulo di macerie. Il know-how tecnologico verrebbe generosamente offerto da Usa e Israele, così da creare non solo un polo turistico, ma una grande città-stato tecnologicamente avanzata con tutte le funzioni necessarie ad assicurare un avamposto luminoso nel grande medio-oriente sempre più in subbuglio (per chi crede che ciò sia impossibile consigliamo di farsi un giro a Doha o a Dubai).
I materiali per la ricostruzione, acciaio in primis, potrebbero venir forniti dall’India, ormai sempre più proiettata verso il Mediterraneo, seguendo quella famosa “via del cotone” che è in effetti la vera scaturigine del pogrom genocidiario del 7 ottobre, come dimostra anche l’acquisto del fondamentale porto israeliano di Haifa. Ricostruire Gaza potrebbe rappresentare un formidabile investimento per un paese, l’India, che sta vivendo un risveglio industriale e da tempo tenta di inondare il vecchio mondo con il suo acciaio.
Ferrovie ed autostrade sono già state ipotizzate; fondamentale in questo caso sarà la manodopera, e qui potrebbero entrare in gioco i palestinesi, ridotti ormai a raccoglitore delle lacrime del mondo. Attraverso un grande progetto urbanistico essi verrebbero impiegati come lavoratori, con la promessa di un radioso futuro fatto di consumismo e divertimenti, esattamente come è per i loro lontani cugini arabi. Tutto ciò si inserisce nel complesso quadro di trasformazione del mondo arabo, sempre più impegnato ad abbandonare la rendita petrolifera e a diversificare la sua economia. Fondamentale per questo è la stabilità e non avere vicini così pericolosi come i guerriglieri di Hamas, considerando la già ingombrante presenza degli Houthi.
E Israele? L’occupazione militare di cui si parla in questi giorni è forse funzionale a compiere una definitiva tabula rasa prima di iniziare a ricostruire? Di certo sarebbe una notevole medaglia al petto dell’odiatissimo Netanyahu, aver reso possibile la nascita di una nuova perla sul Mediterraneo, laddove prima c’era solo miseria e terrorismo. Tutto ciò impone però la cancellazione di Hamas e un patto con il popolo palestinese, e non saranno sufficienti cinquemila dollari a testa per convincerli ad abbandonare quella che loro ritengono essere una patria ancestrale. Ma come dicevamo, siamo nel regno delle ipotesi e dell’impensabile.
Francesco Teodori, 7 settembre 2025
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