in

I dati Eurispes

Sondaggio Covid: italiani “complottisti” (ma hanno ragione)

Il 42% degli italiani crede che il virus sia nato in un laboratorio cinese. Tesi prima criminalizzata e poi tornata in voga

Dimensioni testo

: - :

Dallo scoppio della pandemia, all’interno del panorama mainstream, si sono sviluppate almeno tre correnti di pensiero principali.

La prima, quella del “modello Italia” di derivazione giallorossa e cinese, secondo cui il virus poteva essere sconfitto solo con politiche limitative della libertà personale. La seconda, quella del negazionismo, secondo cui il Covid-19 non è mai esistito ed è stato frutto dell’elaborazione dei “poteri forti”. Ed infine, la terza, quella più pragmatica e liberale, per cui le tragedie del biennio pandemico hanno sì sconvolto la nostra vita, ma che dovevano essere affrontate con un approccio cauto, sicuro, ponendo domande sulle posizioni ambigue di Pechino e sulle continue limitazioni illiberali.

Ecco, in questi lunghi mesi, gli ultimi due orientamenti sono stati confinati nel campo semantico del “complotto”, formato da posizioni sostenute da “deplorables”, analfabeti di andata e di ritorno, tanto da convincere il governo Conte II ad istituire una task force anti-fake news. 

Secondo i dati Eurispes, più del 25 per cento degli italiani crede al complotto dietro il Covid-19. Il 42 per cento ritiene che il virus sia nato in laboratorio, per poi sfuggire accidentalmente da Wuhan, mentre il 31 per cento ritiene la Cina diretta responsabile dello scoppio della pandemia. 

Ora, come potremmo definire questi italiani, rispettivamente il 42 ed il 31 per cento, dei poveri complottisti? La stessa teoria della fuoriuscita del virus dal laboratorio, di cui il precursore fu l’ex presidente Trump, diffondendo il nome “China virus”, venne rigettata dalla scienza, per poi tornare in voga con la vittoria dell’amministrazione Biden a fine 2020. 

Lo stesso Palù, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, ipotizzava “una manipolazione effettuata per soli scopi di ricerca, non certo con intenzioni malevole. Non sarebbe la prima volta che un virus scappa per sbaglio da un laboratorio ad alta sicurezza”.

Non è neanche un caso che, lo scorso anno, il più importante virologo americano, Anthony Fauci, chiese alla Cina le cartelle cliniche di nove persone, i cui disturbi avrebbero potuto essere la prova che dimostrava la fuoriuscita accidentale del Covid-19. 

A ciò, si ricollegano gli insabbiamenti cinesi, i mascheramenti del virus dalla fine del ‘19 a gennaio ’20, i continui ostacoli all’imparzialità e alla libertà delle indagini dell’Oms, avviate per tentare di ricostruire l’origine della pandemia. 

Oggi più che mai, è evidente come la teoria della fuoriuscita del Covid sia una delle ipotesi da porre sul tavolo, da non essere scartata a priori come “soluzione complottista”.

Caso particolare è stato anche quello delle restrizioni pandemiche. Chi poneva dubbi sulle talebane chiusure delle scuole, oppure sulla sospensione dei cicli di chemioterapie, per offrire priorità solo ai malati di Covid, veniva identificato come un selvaggio, un minorato, un distaccato dalla realtà. Lo stesso Boris Johnson venne criminalizzato per aver utilizzato l’espressione “immunità di gregge”, salvo poi essere ripresa dagli stessi criminalizzatori, in occasione dell’avvio della campagna vaccinale.

Chi evidenziava i rischi dell’utilizzo di atti amministrativi per chiuderci in casa, svincolati dal controllo giudiziario e legislativo, oppure i pericoli dell’istituzione di un lasciapassare adibito a qualsiasi campo della vita sociale, era considerato un “negazionista”. E questo perché “il virus se ne frega della libertà”.

A distanza di due anni, sempre secondo i dati Eurispes, ecco che i sentimenti prevalenti tra gli italiani sono “un umore instabile” (58,3 per cento), demotivazione (57,3 per cento) e ansia (53,3 per cento). Un giovane su quattro non lavora e non studia: è il dato più alto del continente. L’incidenza della depressione fra gli adolescenti è raddoppiata rispetto a prima della pandemia; più di mezzo milione di imprese sono fallite tra il 2020 ed il 2021; la ripresa del PIL ai livelli pre-pandemici è slittata al 2023. 

E allora, ce lo richiediamo: siamo sicuri che l’approccio degli ultimi due governi sia stato la panacea di tutti i mali? Siamo sicuri che altri modelli, alternativi a quelli dei media mainstream, siano frutto del complottismo sfrenato? Al lettore l’ardua sentenza.

Matteo Milanesi, 26 maggio 2022