C’era una volta la grande favola progressista sull’immigrazione. Quella secondo cui ogni nuovo ingresso sarebbe automaticamente diventato un nuovo lavoratore, un nuovo contribuente, una risorsa indispensabile per pagare le pensioni degli europei. Bastava aprire le porte, distribuire un permesso e attendere che la macchina dell’integrazione si mettesse miracolosamente in moto. Poi, come spesso accade, sono arrivati i numeri.
Secondo quanto riportato da Ok Diario, alla data del 30 luglio soltanto 262.475 degli 822 mila stranieri recentemente regolarizzati dal governo spagnolo risultavano iscritti alla Seguridad Social. Appena il 31,9%. Significa che quasi sette beneficiari su dieci, circa 559.500 persone autorizzate a risiedere e lavorare in Spagna, non risultavano ancora inseriti nel sistema contributivo.
Naturalmente, per il governo socialista va tutto benissimo. Il segretario di Stato al Lavoro Joaquín Pérez Rey ha assicurato che “la maggioranza” dei regolarizzati starebbe entrando nel mercato del lavoro e che “solo una piccola parte risulta disoccupata”. Peccato che la matematica, nella sua nota deriva reazionaria, racconti esattamente il contrario. Il 31,9% non è la maggioranza. È meno di un terzo.
Anche il segretario di Stato alla Previdenza sociale Borja Suárez ha definito “molto positivo” il numero degli stranieri già iscritti. Certo: basta ignorare gli altri 559 mila e qualsiasi statistica può diventare un successo. È il solito trucco della propaganda governativa: si illumina il dato conveniente e si lascia al buio tutto il resto. Il quadro diventa ancora più significativo osservando il mercato del lavoro. Il governo ha riconosciuto che circa 15 mila delle 19.517 nuove iscrizioni registrate a luglio negli uffici pubblici per l’impiego riguardano proprio stranieri interessati dalla regolarizzazione straordinaria. Il 77% dell’aumento mensile dei disoccupati.
Non significa che nessuno di questi immigrati lavorerà mai. Significa però che la regolarizzazione amministrativa non produce automaticamente occupazione, contributi e integrazione. Un permesso non è un contratto di lavoro. Un timbro non crea un posto in fabbrica. E una sanatoria di massa non trasforma per decreto centinaia di migliaia di persone in contribuenti.
È esattamente ciò che la sinistra si rifiuta di ammettere. Per anni ci è stato spiegato che l’immigrazione sarebbe necessaria perché “gli immigrati fanno i lavori che gli spagnoli (o gli italiani) non vogliono più fare” e perché senza nuovi arrivi il sistema previdenziale sarebbe destinato a crollare. Ma per sostenere le pensioni occorre versare contributi. Se quasi il 70% dei regolarizzati rimane fuori dalla Seguridad Social, la teoria salvifica comincia quantomeno a mostrare qualche crepa.
Ed è impossibile separare questi dati da quanto accaduto a Ceuta. In appena ventiquattro ore più di 50 mila persone hanno attraversato la frontiera, travolgendo una città, mettendo sotto pressione le forze dell’ordine e provocando una tragedia costata decine di vite. Il governo spagnolo ha dovuto ammettere di non avere previsto la portata dell’assalto, mentre migliaia di persone sono state successivamente riportate in Marocco.
Le statistiche sulla regolarizzazione non dimostrano, da sole, che la sanatoria abbia causato l’assalto. Ma smentiscono la rassicurante narrazione politica costruita attorno alla gestione socialista dell’immigrazione. Se centinaia di migliaia di persone già autorizzate a lavorare restano fuori dal sistema contributivo, è difficile sostenere che un flusso improvviso di altre decine di migliaia di persone possa essere assorbito senza conseguenze.
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Ceuta ha mostrato materialmente che cosa accade quando una frontiera cede. I dati della Seguridad Social mostrano invece che cosa può accadere dopo: lo Stato concede diritti, promette integrazione, celebra risultati “molto positivi”, ma non riesce a trasformare automaticamente i nuovi residenti in lavoratori regolari. A rendere ancora più grave il bilancio c’è poi un altro elemento, sempre rivelato da Ok Diario. Tra le decine di migliaia di persone entrate approfittando del collasso della frontiera figurerebbero anche cittadini marocchini già condannati in Spagna, espulsi e sottoposti a un divieto. Alcuni sono stati individuati mentre cercavano di imbarcarsi verso la penisola e sono finiti nuovamente in carcere, altri sono stati arrestati per disordini, mentre uno sarebbe accusato di aver accoltellato un connazionale. Al momento gli ingressi nella prigione di Ceuta sarebbero soltanto sette, un numero che, secondo fonti sindacali penitenziarie citate dal quotidiano, appare sorprendentemente basso rispetto alle violenze e alle risse segnalate in città.
Naturalmente sarebbe scorretto trasformare questi episodi in una criminalizzazione indiscriminata di tutti gli immigrati. Ma sarebbe altrettanto assurdo fingere che non pongano un problema politico enorme. Una frontiera travolta non lascia passare soltanto chi cerca un futuro migliore o chi può pagare le pensioni: può consentire di rientrare anche a chi era stato già espulso perché aveva commesso reati e non avrebbe dovuto più mettere piede nel Paese. Ecco la vera portata catastrofica di Ceuta: non soltanto l’arrivo incontrollato di decine di migliaia di persone persone, ma la temporanea sospensione della capacità dello Stato di sapere chi entra, di applicare i propri provvedimenti e di proteggere il territorio. Il governo può parlare quanto vuole di situazione “ragionevolmente normale”. Quando persino un divieto giudiziario di ingresso viene superato confondendosi dentro una massa incontrollabile, di normale non è rimasto praticamente nulla.
E così la grande teoria dell’immigrazione che ci mantiene si riduce alla sua essenza: una speranza presentata come certezza. Mentre a Ceuta si contavano i morti e Madrid si congratulava con se stessa, la realtà si è incaricata ancora una volta di rovinare la festa alla propaganda.
Massimo Balsamo, 5 agosto 2026
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