Esteri

Spagna, i socialisti vedono il complottone: “Contro Sanchez magistrati e Usa”

Oscar Puente denuncia una “manovra orchestrata” contro il governo, mentre le indagini coinvolgono familiari, dirigenti socialisti ed ex big. La Schlein non ha nulla da dire?

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Pedro Sánchez è assediato dalle inchieste, ma il Psoe ha già trovato il colpevole: non gli scandali, non le carte, non le accuse. Il complotto. Possibilmente internazionale. Meglio ancora se americano. Perché quando la sinistra finisce nell’angolo, anche quella più europeista, più istituzionale, più affezionata alle prediche sullo Stato di diritto, scopre all’improvviso il fascino antico della giustizia politicizzata. La perquisizione della Guardia Civil nella sede socialista di Calle Ferraz, le inchieste sull’entourage del premier, il processo al fratello David Sánchez e i guai giudiziari che sfiorano José Luis Rodríguez Zapatero, padre nobile del socialismo iberico: l’elenco è folto, foltissimo.

Il punto non è stabilire qui chi sia colpevole e chi innocente. Ci penseranno i tribunali. Il punto politico è un altro: davanti all’alluvione giudiziaria che travolge il mondo socialista spagnolo, il Psoe non sceglie la sobrietà, non sceglie il garantismo, non sceglie nemmeno il silenzio prudente. Sceglie il contrattacco. E quale contrattacco? Quello che per trent’anni la sinistra italiana ha bollato come eversione berlusconiana: i giudici politicizzati, le toghe sincronizzate con la politica, le manovre oscure per abbattere un governo legittimo.

Il ministro dei Trasporti spagnolo Oscar Puente l’ha detto senza troppi giri di parole: “Si sta cerando di abbattere il governo non nelle urne, ma con altri espedienti, con metodi non democratici”. Frase pesantissima. Perché un conto è criticare un’indagine, un conto è denunciare una strategia per rovesciare l’esecutivo. Puente aggiunge che “la giustizia deve poter lavorare per fare chiarezza”, ma subito dopo collega le inchieste sul fratello e sulla moglie di Sánchez, sull’ex procuratore generale dello Stato e su Zapatero, parlando di “una manovra orchestrata”. Insomma, i giudici lavorino pure. Ma se lavorano troppo, o nel momento sbagliato, allora bisogna cominciare a domandarsi chi li muove.

Siamo al paradosso perfetto. Quando Silvio Berlusconi denunciava l’uso politico della giustizia, la sinistra rideva. Quando parlava di toghe politicizzate, partivano le lezioni sulla separazione dei poteri. Quando sosteneva che certi processi arrivassero sempre con una puntualità sospetta, veniva accusato di delegittimare la magistratura. Ora che a finire sotto pressione è Pedro Sánchez, il vocabolario cambia di colpo. Non più attacco alle istituzioni, ma allarme democratico. Non più fuga dal merito delle accuse, ma nobile resistenza progressista.

Puente insiste: “Nell’ambito di queste indagini ci sono chiari interessi che si stanno traducendo in determinate informazioni privilegiate e certe azioni per rovesciare un governo”. Quali interessi? Non viene chiarito. Chi li dirige? Non si sa. Da dove arrivano? Mistero. Però il sospetto viene lanciato, e nel clima incandescente di Madrid basta questo. “Ho molto chiaro cosa sta accadendo: sembra che i tempi della giustizia e della politica si sincronizzano”, dice ancora Puente, spiegando di “non credere nelle casualità”. Meraviglioso. Detto da un berlusconiano sarebbe stato un attentato allo Stato di diritto. Detto da un ministro socialista diventa un’analisi raffinata del rapporto tra politica e magistratura.

Ma il capolavoro arriva quando nel racconto socialista entra il fantasma del complotto internazionale. Repubblica riporta il ragionamento dello scrittore Manuel Vilas, che pure non liquida tutto come persecuzione e riconosce che le inchieste sono troppe per essere archiviate in blocco come lawfare. Però aggiunge una frase rivelatrice: “Sono sicuro che esista una trama internazionale contro Sánchez, che ha dato molto fastidio agli Stati Uniti e a Israele. È stato dalla parte giusta della storia, ha detto chiaramente che la guerra è uno strumento del passato, Trump vorrebbe buttarlo giù da molto tempo. Ma anche se questi documenti contro Zapatero fossero parte di questa macchinazione, il punto è che tirano fuori cose molto concrete. E che sembrano credibili”.

Eccolo, il salto di qualità. Non bastavano i giudici politicizzati. Non bastava la destra che non accetta di perdere. Non bastavano le fughe di notizie, la Guardia Civil, i giornali, il Partido Popular e Vox. Ora spuntano anche gli Stati Uniti, Israele, Trump, la trama internazionale. Sembra una sceneggiatura scritta da chi ha esaurito gli argomenti e ha deciso di puntare tutto sul Grande Nemico Esterno. La cosa più comica, o più tragica, è che lo stesso Vilas ammette il punto decisivo: “Non può essere tutto lawfare. Le inchieste sono troppe. Il giudice che indaga Zapatero è un progressista, è limpido”. Appunto. Le inchieste sono troppe. I nomi sono pesanti. Le accuse sono troppo concrete per essere spazzate via con la parola magica “complotto”. Insomma, sostenere che sia solo una macchinazione è un esercizio di fede, non di politica.

Il Psoe respinge ogni “coinvolgimento in condotte illecite”. Legittimo. Ci mancherebbe. Ma una cosa è difendersi nel merito, altra cosa è denunciare un piano per “abbattere il governo con metodi non democratici”. Perché qui il messaggio è chiaro: se Sánchez cade per le inchieste, non cade per responsabilità politiche o giudiziarie, ma per un golpe bianco. Un golpe senza carri armati, senza generali, senza piazze occupate. Un golpe fatto di fascicoli, cronisti, magistrati e perquisizioni.

A questo punto la domanda riguarda anche l’Italia. Elly Schlein non ha niente da dire sulla linea di Sánchez? Il Partito Democratico, così attento a ogni presunto attacco alla magistratura quando arriva da destra, non trova curioso che i socialisti spagnoli parlino esattamente come parlava Berlusconi? La giustizia è indipendente solo quando indaga gli avversari? Il sospetto sulle toghe è populismo se lo formula il centrodestra e diventa consapevolezza democratica se lo pronuncia un ministro progressista?

Sarebbe interessante sentire una risposta. Perché l’imbarazzo è evidente. Sánchez è uno dei modelli europei della sinistra italiana: progressista, antifascista, femminista, europeista, woke, abile nel costruire maggioranze con sinistra radicale e indipendentisti. Per anni è stato presentato come la prova vivente che una sinistra di governo poteva ancora vincere e comandare. Ora però quel modello mostra il suo rovescio: quando il potere scricchiola, anche i moralisti scoprono il garantismo a intermittenza.

Naturalmente il governo spagnolo prova a ribaltare il tavolo anche sul piano politico. Puente denuncia un “doppio standard” investigativo e richiama i casi che coinvolgono il Partido Popular, a cominciare dal caso Kitchen, la presunta struttura para-poliziesca nata ai tempi del governo Rajoy. Anche qui, però, il ragionamento è fragile. Se ci sono accuse contro il Pp, si indaghi sul Pp. Se ci sono accuse contro il Psoe, si indaghi sul Psoe. Il fatto che esistano scandali a destra non rende meno gravi quelli a sinistra. A meno che il nuovo principio sia: siccome rubano o tramano anche gli altri, allora lasciateci governare tranquilli.

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La verità è che i socialisti spagnoli sembrano disperati. E la disperazione produce sempre cattiva retorica. Prima si parla di assedio. Poi di lawfare. Poi di sincronizzazione sospetta tra tempi giudiziari e tempi politici. Poi di manovra orchestrata. Infine di trama internazionale. È una scala mobile del complottismo: si parte dalla critica alle inchieste e si arriva agli Stati Uniti che vogliono far fuori Sánchez perché disturba Trump e Israele.

Intanto gli spagnoli osservano sconcertati. Il governo non cade, ma nemmeno respira. Gli alleati non mollano Sánchez perché temono elezioni che potrebbero favorire Vox. La destra chiede il voto anticipato, ma non ha ancora la forza o il coraggio di costruire davvero un’alternativa parlamentare. Il premier resiste, come ha sempre fatto, e probabilmente proverà a trasformare anche questa crisi in una nuova battaglia identitaria: lui contro la destra, lui contro i poteri oscuri, lui contro il mondo che non perdona alla Spagna socialista di stare “dalla parte giusta della storia”.

Alla fine resta una domanda semplice, quasi banale: se davvero il Psoe crede che la giustizia sia usata per rovesciare i governi, perché ha passato decenni a negare che il problema potesse esistere? E se invece non ci crede, perché oggi agita lo spettro del complotto? La risposta, forse, è meno internazionale di quanto vorrebbero a Madrid. Quando il potere sente odore di fine corsa, non cerca la verità. Cerca un nemico. E i socialisti spagnoli, ormai, sono così affranti da averlo trovato perfino a Washington.

Franco Lodige, 29 maggio 2026

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