Cronaca

Spara al prof: promosso col 9. Spara all’Anpi: in carcere

A Roma si invoca il massimo rigore per i colpi di softair. A scuola, dopo gli spari alla prof, vinse la linea della comprensione

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Ha confessato Eithan Bondi, il 21enne fermato per aver sparato con una pistola softair contro due iscritti all’Anpi al termine del corteo del 25 aprile a Roma. La Procura gli contesta il tentato omicidio, oltre alla detenzione e al porto abusivo di armi. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il giovane avrebbe esploso almeno tre colpi da uno scooter, ferendo una coppia di manifestanti al collo, alla guancia e alla spalla. Un fatto grave, insensato, da condannare senza esitazioni.

Detto questo, proprio perché il fatto è serio, merita una riflessione seria. E la riflessione non riguarda solo Bondi. Riguarda noi. Riguarda il modo in cui politica, media e opinione pubblica reagiscono agli episodi di cronaca. Riguarda soprattutto la sproporzione con cui casi simili vengono raccontati, giudicati e trasformati in simboli. Perché viene spontaneo ricordare ciò che accadde a Rovigo. In un istituto tecnico, una docente fu colpita alla testa da pallini sparati con una pistola ad aria compressa mentre stava facendo lezione. Non all’uscita di una manifestazione, non in una strada concitata, non durante un alterco improvviso. In classe. Sul posto di lavoro. Mentre insegnava. E intorno a lei c’erano studenti che ridevano, filmavano, condividevano il video, trasformando l’aggressione in intrattenimento.

Ora fermiamoci un momento. Nel caso di Roma, due adulti vengono colpiti in strada da un ventunenne che fugge in scooter: scandalo nazionale, prime pagine, immediate letture politiche, accuse gravissime. Nel caso di Rovigo, una professoressa viene umiliata e colpita davanti a una classe che partecipa o tace: dibattito pedagogico, sociologia adolescenziale, comprensione del disagio giovanile. È qui che emerge la doppia misura. Nel caso Bondi, il racconto pubblico è netto: aggressore, vittime, clima d’odio, gesto da reprimere con la massima severità. Nel caso Rovigo, invece, improvvisamente il lessico cambia. Gli aggressori diventano “ragazzi”. Il focus non è più la vittima, ma il contesto. Non il gesto, ma il disagio. Non la responsabilità, ma il percorso educativo.

Persino la docente colpita si ritrovò al centro di una colpevolizzazione indiretta. Luciana Littizzetto arrivò a dire che “se il professore riesce a essere empatico non gli sparano in classe”. Una frase che, tradotta dal politichese televisivo all’italiano corrente, suona più o meno così: se ti sparano dei pallini mentre lavori, forse avresti dovuto esporti meglio. Immaginate per un solo istante se la stessa logica fosse stata applicata alle vittime del 25 aprile: se fossero stati più empatici, non li avrebbero colpiti? Sarebbe scoppiato il finimondo. Giustamente. E invece a Rovigo no. Lì si poteva discutere di metodi didattici, fragilità generazionali, scuola che non ascolta. Tutto legittimo, certo. Ma sempre dopo aver chiamato le cose con il loro nome: un’aggressione.

C’è poi un altro dettaglio che racconta bene il cortocircuito italiano. Gli studenti coinvolti nella vicenda di Rovigo furono promossi e ottennero anche un nove in condotta. Nove in condotta, avete capito bene. Vale la pena ripeterlo lentamente. In condotta. Cioè nel parametro che dovrebbe misurare rispetto delle regole, comportamento, responsabilità verso compagni e insegnanti. Anche qui immaginiamo l’inverso. Se il ventunenne accusato di aver sparato ai manifestanti venisse premiato con un riconoscimento pubblico, con una carezza istituzionale, con un attestato di buona condotta, cosa accadrebbe? Editoriali indignati per settimane. Appelli. Interrogazioni parlamentari. Speciali televisivi.

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Il nodo, dunque, non è stabilire quale episodio sia più grave. Il nodo è chiedersi perché la severità morale cambi a seconda del bersaglio colpito e dell’identità di chi colpisce. Se la vittima appartiene a una certa area simbolica, la condanna è immediata e totale. Se la vittima è una professoressa, categoria ormai percepita come sacrificabile, allora parte il dibattito sulle attenuanti sociali. È un meccanismo che conosciamo bene. Alcune vittime sono perfette, altre no. Alcuni colpevoli incarnano il male, altri meritano comprensione. Alcuni episodi diventano emergenza democratica, altri semplice incidente educativo.

La legge farà il suo corso e sarà un tribunale, non un editorialista, a valutare le contestazioni mosse a Bondi. Ma sul piano culturale la domanda resta tutta lì: perché a Roma si invoca il pugno di ferro e a Rovigo si distribuiscono spiegazioni e promozioni? Finché non useremo lo stesso metro per tutti, non staremo difendendo la giustizia. Staremo soltanto scegliendo chi merita la nostra indignazione e chi, invece, può cavarsela con una nota sul registro.

Franco Lodige, 30 aprile 2026

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