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Speranza crede di assolversi, invece ammette le sue colpe

Siamo prigionieri di un ministro che non ne ha azzeccata una. Nonostante tutto continua a pontificare

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di Franco Lodige

Ormai non si capisce se sia più inadeguato il ministro della Salute, o se lo siano di più i giornalisti che gli lasciano dire qualunque cosa senza ribattere, senza rivolgergli una domanda vera, senza sollevare un dubbio.

L’ultimo show, invero autolesionistico, Roberto Speranza l’ha riservato a Repubblica, che stamani riportava ampi virgolettati dell’esponente di Leu, a due anni dalla scoperta del paziente 1 di Covid a Codogno, nel Lodigiano. E che cosa rivela il ministro? Che il 20 febbraio del 2020, quando gli arrivò la telefonata dell’allora assessore alla sanità in Lombardia, Giulio Gallera, lui stava guardando la partita: “Sono davanti alla tv”, ricorda Speranza, “a vedere Roma-Gent”. La rappresentazione plastica della reattività del compagno potentino: nel periodo in cui gli italiani, comprensibilmente terrorizzati, avevano capito che l’epidemia sarebbe arrivata anche nel nostro Paese, lui seguiva la linea di tutta l’intellighenzia progressista. Ovvero, fregarsene.

Erano le settimane in cui Roberto Burioni diceva che era più facile essere colpiti da un fulmine che infettati dal coronavirus; in cui lo stesso dicastero faceva circolare uno spot, con Michele Mirabella, in cui il presentatore spiegava che “il contagio non è affatto facile”; e in cui l’attuale direttore della Stampa, Massimo Giannini, si preoccupava di sottolineare che “il vero untore è Salvini”, perché “diffonde il virus della paura”. Peccato che il quotidiano romano non abbia ricordato a Speranza un dettaglio niente affatto trascurabile: che quel caso di Codogno fu scoperto dalla dottoressa Annalisa Malara violando le linee guida imposte dal dicastero stesso.

Roma – forse perché mancavano i reagenti? – chiedeva che si effettuassero tamponi solo a pazienti con sintomi parainfluenzali che provenivano dalla Cina o avevano avuto contatti sospetti con persone tornate dalla Cina. Entrambe le circostanze non riguardavano Mattia Maestri, il paziente 1, che però era in condizioni gravissime. La Malara decise di sottoporlo a un test infischiandosene, meritoriamente, del protocollo governativo.