Politica

Stabilicum: ma così, chi decide davvero?

Premio di maggioranza, liste bloccate e stop alle preferenze: la nuova possibile legge elettorale accende lo scontro politico

meloni voto Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

C’era una volta il 1993. Con la Legge 25 marzo 1993, n. 81, l’Italia voltò pagina introducendo l’elezione diretta dei sindaci. Fu una piccola rivoluzione: fino ad allora i primi cittadini nascevano da estenuanti trattative tra partiti e coalizioni nei consigli comunali.

Con la riforma, invece, il candidato sindaco divenne il perno della campagna elettorale, insieme ai programmi. La politica locale cambiò volto, puntando sulla leadership e sulla governabilità.

Oggi, a oltre trent’anni di distanza, il Parlamento si trova davanti a un nuovo possibile spartiacque. Dopo la riduzione del numero dei parlamentari – approvata in via definitiva l’8 ottobre 2019 dalla Camera dei deputati – il dibattito si concentra su una nuova legge elettorale ribattezzata “Stabilicum”.

L’obiettivo dichiarato è chiaro: assicurare maggioranze solide e governi stabili per l’intera legislatura.

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Non tutti sono della stessa opinione però. C’è chi parla apertamente di golpe istituzionale, temendo un sistema che finirebbe per favorire l’attuale maggioranza guidata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Altri, invece, sottolineano come una democrazia parlamentare non possa prescindere da una maggioranza certa, soprattutto in un quadro politico frammentato.

I punti più controversi sono tanti: un premio di maggioranza ritenuto da alcuni eccessivo; l’abolizione dei collegi uninominali in favore di collegi plurinominali proporzionali; liste bloccate senza preferenze; un eventuale ballottaggio solo se nessuna coalizione supera il 40%. Secondo i critici, il combinato disposto di queste misure potrebbe comprimere la rappresentatività e determinerebbe anche un rischio di incostituzionalità.

Il vero nodo resta il rapporto tra elettori ed eletti. Con le liste bloccate, la scelta dei parlamentari resterebbe nelle mani dei partiti. L’elettore voterebbe un simbolo e una coalizione, ma non potrebbe esprimere preferenze sui singoli candidati. È questo il punto più sensibile: la percezione di una distanza crescente tra rappresentanti e territorio.

E le persone che dovrebbero andare a votare cosa ne pensano? Si devono adeguare a questa nuova situazione senza poter intervenire o devono per forza iscriversi ad un partito per parteggiare per un potenziale candidato di proprio gradimento con il rischio di avere dei parlamentari yesman al servizio unico del partito e non della comunità? Da tanti anni i cittadini chiedono che venga riconosciuta la meritocrazia ed che ci sia una classe dirigente competente, radicata ma autonoma. Con questa proposta di legge siamo veramente ad una svolta importante?

Come sempre, sarà il corpo elettorale a dare la risposta. Perché, al di là delle formule e dei premi di maggioranza, in democrazia l’ultima parola spetta agli elettori.

Ezio Pozzati, 27 febbraio 2026

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