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Stop all’ideologia radical chic contro il gas

proteste ambientaliste

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La stangata sulle bollette potrebbe mettere a dura prova il nuovo “miracolo economico italiano”, con un rimbalzo stimato del Pil del 10% in due anni. Soprattutto se l’energy crunch – come ha già avvertito il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli – proseguirà fino a metà del 2022. Il governo ha mitigato la fiammata dei prezzi delle materie prime (il petrolio passa ormai di mano oltre gli 80 dollari al barile) sterilizzando per 3 miliardi i cosiddetti “oneri di sistema” (in pratica sovrattasse a sostegno dell’energia verde). L’Italia, già messa in difficoltà dalla preclusione al solo pronunciare la parola nucleare”, è però nel pieno di un ulteriore contagio pseudo-ambientalista: l’attacco contro il gas e la sua industria.

Le mezze bugie dei radical ambientalisti

Il metano sarebbe il primo responsabile – secondo una certa ideologia radical chic – del surriscaldamento climatico e quindi il primo nemico dell’ambiente. Peccato che gli attacchi siano un po’ di parte. In primo luogo perché bisogna distinguere tra emissioni inquinanti (bassissime nel caso del gas) e climalteranti (quelle di metano effettivamente lo sono). Quindi, semplificando, il gas non inquina ma può creare problemi al clima. Peccato però che le emissioni di metano dell’industria, almeno in Europa, siano piuttosto basse.

Per rendersene conto basta sfogliare fino a pagina 71 l’ultimo report redatto dall’Agenzia Europea dell’Ambiente. Certo il documento è un po’ datato, si riferisce al 2019, ma il dato è incontrovertibile: le emissioni di metano rappresentano l’11% di quelle totali di gas serra nell’Unione Europea. Avete letto bene l’11%. E l’altro 79%, vi starete chiedendo? Ebbene, è prodotto da agricoltura e rifiuti: in pratica dalla filiera del cibo made in Italy nota in tutto il mondo e dalle nostre pattumiere, oltre che dagli scarti industriali. Non solo – i dati sono sempre dell’Agenzia Europea dell’Ambiente – l’industria del gas contribuisce alle emissioni di metano per il 4% del totale (peraltro in calo del 61% dal 1990 ad oggi). Anche senza una calcolatrice, si capisce che stiamo parlando di una percentuale risibile. Certo, al momento non c’è un ente di controllo specifico, ma queste emissioni sono rendicontate dalle aziende, sottoposte a certificazioni di qualità e anche oggetto di un protocollo con l’Onu. Ma allora a che cosa serve, come usano fare certe Ong, imbracciare sofisticate apparecchiature e appostarsi nei pressi dei siti di big dell’energia come Eni o Snam e poi gridare allo scandalo se impianti o tubature lasciano sfuggire nell’ambiente qualche “fiato” di metano? È un po’ – ci consentirete la provocazione – gridare all’allagamento perché gocciola la canna dell’acqua nell’orto.

Il metano non è Satana

La verità è piuttosto che il rincaro delle bollette nasconde un serio problema di approvvigionamento delle fonti di energia per il nostro Paese, dove le rinnovabili sono ancora scarse e una certa parte politica continua a osteggiare opere infrastrutturali utili come il Tap. Allo stesso modo identificare nel metano il “grande demone” che scatena l’effetto serra non ha alcun senso. Perlomeno in Europa dove di shale gas – questo sì, responsabile di emissioni significative – neppure quasi si parla, al contrario di quanto avviene invece negli Stati Uniti.