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Storace: “Perché non possiamo dirci tutti antifascisti” - Seconda parte

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Basterebbe “un po’ di buongusto” nel “ricordare la storia recente” per capire che chiedere ai 50-60enni di oggi la dichiarazione antifascista è roba inutile. “Come si può dimenticare il rogo di Primavalle nel 1973, una famiglia umile sterminata con il fuoco, distrutta dalla barbarie che ammazzò in modo atroce Stefano e Virgilio Mattei? Oppure la mattanza di Acca Larentia, gennaio 1978, le pallottole senza pietà addosso ai corpi di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta”. Insomma: “Chiedere se sei antifascista a chi ha vissuto l’agonia di Francesco Cecchin, scaraventato vivo da un muretto vicino piazza Vescovio, significa ignorare tragedie che hanno dignità anche se riguardanti comunità avverse”. Paolo Di Nella venne pestato a morte. “A chi diamine vuoi chiedere tra i suoi amici se si sentano antifascisti?”.
Militanti uccisi a sassate. Colpite a sprangate. Massacrati dalle Brigate rosse o uccisi sotto casa. “Ecco, pensare a queste storie – e tante altre ancora – farebbe bene a chi sogna abiure. Basterebbe solo un po’ di rispetto, anche in questa politica aspra. Erano ragazzi missini, avevano i loro sogni, glieli spezzarono. Quella comunità ha diritto a piangerli o no? E a chiedere giustizia? Ci si interroghi seriamente quando si architetta una macabra campagna propagandistica. Se non lo fa, si resta sul sentiero sanguinoso di una guerra civile culturale che non sembra finire mai”. Una riflessione di cui tenere conto.