Giustizia

Strage di Viareggio: Moretti condannato, i soviet festeggiano

Per il partito delle manette il verdetto non basta: serve la gogna del capo d’azienda. E così la responsabilità personale viene sacrificata sull’altare dell’invidia sociale

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A volte ritornano, e sulla surreale condanna di Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Fs e Rfi, i bolscevichi sono tornati in grande stile. “La condanna di Moretti e la lesa maestà”, questo il titolo di un articolo del Manifesto, il cui contenuto è stato ripreso da un altro pezzo de il Fatto Quotidiano, capofila dei giornali manettari.

Molto significativo un passaggio del commento, firmato dal sindacalista delle Ferrovie Dante De Angelis, pubblicato nel quotidiano comunista: “Parimenti è più che lecito che un condannato continui a proclamarsi innocente malgrado l’evidenza giuridica contraria, anche Moretti. Ma i toni di lesa maestà con cui lui e la sua difesa l’hanno fatto, peraltro spalleggiati da una pletora di commentatori sulla stampa, mostrano ancora una volta la totale mancanza di empatia con le vittime, l’assenza di consapevolezza della gravità dell’accaduto e un atteggiamento ostile alle regole sociali. Si percepisce un certo stupore per la fine di quel regime di impunità per i vertici aziendali che in Italia ha sempre garantito una sorta di immunità di classe dalle responsabilità penali”.

E già, è proprio “l’immunità di classe” la formula che più di altre liscia il pelo alla cosiddetta invidia sociale. Invidia sociale che, unita al grande dolore dei parenti delle vittime, diventa l’arma principale per ottenere una giustizia che sa tanto di vendetta. Malgrado si tratti di una vicenda drammatica che, analogamente ad altre recenti, hanno messo alla gogna i vertici di aziende estremamente complesse, ancora una volta si ripete il rito ancestrale del capro espiatorio, nel quale si sacrifica il buon senso all’irrefrenabile desiderio di condannare il capo di una azienda con decine di migliaia di dipendenti e caratterizzata da una ramificata gestione delle sue innumerevoli funzionalità.

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In questo senso condivido appieno la conclusione di una lunga intervista rilasciata al Sole 24 Ore dall’avvocato Vittorio Manes, professore ordinario di diritto penale: “L’aspettativa di giustizia delle vittime sacrosanta. Il rischio, però, è che si veda nel processo un binario obbligato che debba condurre sempre alla condanna. Purtroppo, avvertiva Thomas Hobbes, nell’immaginario collettivo “la condanna assomiglia alla giustizia ben più dell’assoluzione”. E questo rischia fatalmente di curvare l’accertamento processuale alla ricerca di un colpevole a tutti i costi travolgendo le più primordiali garanzie costituzionali, a cominciare dal principio della responsabilità personale.”

E se poi a tutto questo ci aggiungiamo il ritorno in campo degli eterni nostalgici della falce e martello, presenti capillarmente in ogni ambito della società, nessun esponente del bieco capitalismo – fosse anche un’ex sindacalista della Cgil come Moretti – potrà mai sfuggire alla infallibile giustizia proletaria. Tutto il potere ai soviet!

Claudio Romiti, 30 giugno 2026

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