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La guerra in Ucraina

Tegola su Zelensky: “Rifiutò un accordo offerto da Berlino poco prima della guerra”

L’intesa offerta dal cancelliere Olaf Scholz. Cosa prevedeva (e perché Kiev ha detto no)

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L’autostrada diplomatica tra Berlino e Kiev non è mai stata così tortuosa. Tra Germania e Ucraina non corre buon sangue, lo si è capito negli ultimi mesi. Non solo per l’iniziale tentennamento tedesco sulle sanzioni alla Russia. Non solo per il duro e critico messaggio di Zelensky al Bundestag. Non tanto per il “nein” spiattellato ieri da Scholz ai colleghi europei che paventavano un embargo al gas russo. I dissapori risalgono al lontano 2008, come ha fatto notare poco diplomaticamente il presidente ucraino all’allora cancelliera Angela Merkel, quando la Germania si oppose all’ingresso di Kiev nella Nato. Per Zelensk la “politica fallimentare” di frau Merkel fu il seme che ha portato al massacro di Bucha. L’ex cancelliera nega, si “riconosce” in quella difficile decisione e rinfocola i dissapori tra i due Paesi. Uno dipendente per il gas da Mosca, l’altro in guerra con Putin dal 2014.

Ecco perché non sorprende il rifiuto, rivelato dal The Wall Street Journal, che Zelensky avrebbe presentato a Scholz cinque giorni prima dell’invasione russa in Ucraina. L’operazione militare speciale in quei giorni era solo nei resoconti della Cia e dell’intelligence britannica, ma i leader dei paesi forti dell’Ue, ovvero Francia e Germania, facevano già avanti e indietro con la Russia per convincere Putin a evitare lo scontro aperto. Stando al quotidiano britannico, dopo un primo viaggio negli Usa e un secondo in Russia, Scholz avrebbe proposto a Zelensky di dichiarare pubblicamente la rinuncia ucraina all’ingresso nella Nato e di accettare la richiesta di neutralità avanzata da Mosca. Il 19 febbraio, però, il “servitore del popolo”, l’attore diventato presidente, avrebbe rifiutato seduta stante. E questo nonostante il cancelliere avesse immaginato una neutralità garantita da un ampio accordo sulla pace della regione europea: “L’accordo – scrive il WSJ – sarebbe stato siglato da Putin e Biden, che insieme avrebbero garantito la sicurezza dell’Ucraina”.

Il “no” di Zelensky sarebbe stato dettato dalla poca fiducia nei confronti di Putin, fiducia minata anche dai due accordi di Minsk che negli ultimi 8 anni sono stati più disattesi che rispettati. Le quasi 13mila vite spezzate nella guerra del Donabass ne sono la dimostrazione pratica. Inoltre, il presidente ucraino pare fosse convinto che la “maggioranza degli ucraini fosse a favore dell’ingresso nella Nato”. “La sua risposta ha lasciato i funzionari tedeschi preoccupati che le possibilità di pace stessero svanendo”, scrive il WSJ. E in effetti così è andata. Il 24 febbraio Putin fa un discorso alla nazione, avvia l’operazione speciale per “denazificare” l’Ucraina e tenta un primo blitz su Kiev. Pare che il capo della Cia, William Burns, avesse avvertito Kiev di un possibile attacco russo all’aeroporto di Hostomel: quando i reparti di élite russi sono arrivati sul posto, hanno trovato gli ucraini ad attenderli. Ed è stato un massacro, il primo passo falso della campagna militare russa.

Il resto è storia. Bombe, missili, l’avanzata nel Sud e nell’Est del Paese. E poi i negoziati, su cui occorre notare una cosa: dopo giorni di bombardamenti, Russia e Ucraina sembrano essere arrivati ad una possibilità di accordo grazie alla mediazione di Erdogan. Cosa prevede? La rinuncia alla Nato da parte di Kiev, che Zelensky ha reso plastica denunciando la sua “delusione” per il mancato supporto aereo da parte dell’Alleanza Atlantica per realizzare una No Fly Zone sull’Ucraina. E poi la neutralità: secondo Vladimir Medinski, capo negoziatore russo, le parti avrebbero concordato la rinuncia alla proliferazione nucleare di Kiev, la sua neutralità non allineata, il divieto di basi straniere sul suolo nazionale, l’impegno a non ospitare missili offensivi e via dicendo. Il tutto, insieme ad un sistema di “garanzie di sicurezza internazionale” di cui farebbero parte, oltre alla Russia, anche alcuni Paesi Ue come l’Italia. In pratica le stesse condizioni dell’accordo proposto da Scholz, solo dopo migliaia di morti.