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Terrorismo, il Papa tratta con i talebani (via Erdogan)

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Il dopo Kabul potrebbe diventare un inferno. Un rapporto dell’Intelligence, che circola nei nostri Palazzi di Governo, apre scenari inquietanti. Forse solo un’iniziativa riservata, da parte della Segreteria di Stato Vaticana, potrebbe esserci miracolosamente d’aiuto. Testa o Croce quindi. “L’alert”, classificato ‘rischio alto’, annuncia una nuova ondata di immigrazione e, soprattutto, il pericolo terroristico ‘elevato’ a livello 3 su 5. Del resto, prima della drammatica fuga degli americani dall’Afghanistan voluta dal novello ‘Badoglio’ Biden, il ministro degli Esteri Di Maio, concludendo il vertice con gli 83 paesi della Coalizione globale anti Isis, ha affermato: “La minaccia è particolarmente allarmante nel continente africano. Per questo motivo ho proposto di istituire un Gruppo di Lavoro dedicato all’Africa, che possa identificare e fermare le minacce terroristiche”. Un allarme che la capa dell’intelligence Elisabetta Belloni ha declinato anche davanti al Copasir. Due mesi fa al vertice della Coalizione non si era parlato specificatamente di Libia e Tunisia, che oggi appaiono i due convitati di pietra.

Il pericolo talebano per l’Italia

Sono molteplici i temi che vengono valutati dai Servizi di sicurezza alla luce della presa di potere dei Talebani che hanno sbaraccato i segni del ventennio di ‘peacekeeping’ più in fretta del rave party di Viterbo. Basta tornare indietro al 2014, quando i jihadisti proclamarono la nascita del Califfato Islamico in Iraq e in Siria, ne seguì un’ondata di attentati terroristici: dagli attacchi ai bagnanti in spiaggia,  al Museo del Bardo in Tunisia. Non fu risparmiata l’Europa, con le carneficine soprattutto in Francia, Belgio e Germania. Questi attentati non erano però il frutto di un’organizzazione militare coordinata, ma singole iniziative di lupi solitari spinti da spirito di emulazione. La triste constatazione è che l’Islam politico ha già dimostrato di poter sconfiggere gli Usa, con l’Europa di Merkel, Macron e Draghi, purtroppo, non pervenuta. Il pericolo imminente  è che la clamorosa rivincita dei Talebani potrebbe rivitalizzare il fanatismo islamico. Ed è questo lo scenario che personalità del calibro del sottosegretario alla sicurezza Franco Gabrielli  e il capo dell’Aise Gianni Caravelli paventano al Premier che alla prima prova sullo scenario internazionale, come Presidente di turno del G20 appare titubante.

Cosa accadrà dopo Kabul

Le immagini di Kabul sono terribili. Il parallelo mediatico  tra i poveretti che precipitano dagli aerei al decollo e chi cadeva dalle torri gemelle in fiamme è immediato. Ma il raffronto più pertinente è con la caduta di Saigon. Ora, come allora, la forza profonda è l’aggiustamento dei rapporti tra USA e Cina. Saigon cadde nel 1976, pochi anni dopo la visita di Nixon a Pechino, quando ancora Washington ed i comunisti cinesi non avevano ripristinato rapporti diplomatici. Kabul è caduta dopo solo un anno dagli accordi di Trump a Doha con i Talebani. È in corso un conflitto aperto tra Governi che si potrebbero definire tradizionalisti e fazioni fondamentaliste del cosidetto Islam politico. Lo scontro è stato definito dalla guerra civile in Siria ed Iraq tra l’Isis con la coalizione anti-Daesh appunto, ma è evidente in Egitto con Al Sisi sostenuto da Arabia, Emirati ed Israele contro i Fratelli Musulmani appoggiati dal Qatar e dalla Turchia. Lo stesso schieramento che si fronteggia in Libia con Haftar (con Egitto, Emirati e Russia) contro il Governo di Tripoli, riconosciuto dall’Onu e dall’Italia, ma sostenuto militarmente da Qatar e Turchia. In questo quadro la Tunisia, senza le rimesse dei migranti che un tempo lavoravano in Libia e senza le entrate del turismo per via del Covid, rischia l’implosione e a poco serve il cambio degli uomini dell’intelligence locale e gli arresti dei parlamentari. Il pericolo islamista in Tunisia è molto alto. È il Paese che in assoluto ha fornito all’Isis più foreign fighters, che potrebbero anche tornare.