Cronaca

Tg3 senza vergogna: “I 41 agenti feriti dai pro Pal? Una sbavatura”

Robe da matti: le violenze contro donne e uomini in divisa è cosa da poco, così come le bandiere di Hamas e gli slogan vergognosi

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“Lieve imperfezione o manchevolezza che turba o rende meno perfetta una situazione”. Questa è la definizione di “sbavatura” della Treccani. Una precisazione necessaria dopo aver assistito al servizio del Tg3 andato in onda nell’edizione delle 14.15 di ieri. Sì, perchè secondo il giornalista Massimo Veneziani le violenze dei pro Pal che hanno ferito 41 agenti di polizia sono una “sbavatura”. Vi sembra tutto normale? A noi no.

Nel servizio in cui parla del “fiume di persone lungo tre chilometri” che ha colorato Roma “di speranza e di pace”, con interventi a dir poco pesanti contro Israele (“sta ammazzando i bambini e le donne” dice un’attivista), il giornalista del Tg3 usa parole molto particolari – per non dire gravi – per commentare gli scontri registrati in piazza. Sì, perchè secondo Veneziani gli attacchi dei manifestanti a donne e uomini in divisa rappresenterebbero “una sbavatura insieme a uno striscione che inneggiava al 7 ottobre, a una bandiera di Hamas e alla statua imbrattata di Papa Wojtyla”. Anche lì: parlare di sbavatura sostenendo un gruppo terroristico è patetico. Ma lasciamo perdere. Il punto è un altro: ma il Tg3 è diventato TgProPal? Perchè non è accettabile parlare con così tanta sufficienza di agenti feriti. E poi rincarare la dose, coccolando i filo-Gaza: “La piazza è stata la prima a isolare i violenti!”. Imbarazzante, senza vergogna.

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Le immagini di sabato le abbiamo viste tutti. Scene già viste, direbbero alcuni. Ma stavolta c’è il numero di agenti feriti a fare impressione. Non uno, non due. Quarantuno. Persone in divisa colpite da sassi, bottiglie, aste, petardi, fumogeni. Persone che erano lì per garantire la sicurezza pubblica, per far sì che tutti – anche chi protesta – potesse esercitare il proprio diritto in sicurezza. E che invece sono diventate bersaglio.

E una domanda è sorta spontanea: dov’è la sinistra? Dov’è finita quella parte politica che si riempie la bocca di “diritti”, di “costituzione”, di “umanità”? Come mai quando gli agenti vengono massacrati per strada – perché di questo si parla, di pestaggi e lanci di oggetti – nessuno dei paladini del progressismo si alza a dire una parola chiara, netta, inequivocabile? Silenzio. Silenzio assoluto. Nessun post indignato, nessuna conferenza stampa, nessun appello vibrante alla civiltà. I soliti noti, quando devono fare i cortei contro la violenza della polizia, si stracciano le vesti. Ma se la violenza è contro la polizia, allora si cambia discorso, si abbassa lo sguardo, si finge di non vedere. Si parla di “tensione”, di “situazioni delicate”, si cerca la giustificazione, la cornice sociale, il disagio. Si cambia canale.

La verità, però, è che questo silenzio è una colpa politica. E morale. Perché se in una democrazia non si è capaci di condannare la violenza – tutta la violenza – allora si è complici. Perché la violenza, anche quando si ammanta di ideali nobili, resta violenza. E non c’è nessuna causa, nessuna bandiera, nessuno slogan che possa giustificare il fatto di prendere a sprangate un carabiniere o lanciare una bottiglia in faccia a un finanziere. Punto. Ma c’è un altro aspetto che va rimarcato. Ed è forse quello più ipocrita. Se sabato gli scontri fossero avvenuti durante una manifestazione di destra, se quei quarantuno feriti fossero il risultato di uno scontro con manifestanti “no vax” o “no euro”, oggi avremmo paginate di giornale piene di commenti indignati. I talk show sarebbero un processo in diretta alla “violenza fascista”, con sociologi, filosofi, opinionisti e mezzibusti a spiegare quanto è pericolosa questa destra eversiva. E invece nulla. Perché la violenza, se arriva da sinistra o da ambienti “giusti”, diventa sopportabile. Diventa un effetto collaterale. Peggio: scompare dal dibattito.

E intanto gli agenti finiscono in ospedale. Gli stessi agenti che vengono insultati ogni volta che intervengono a ripristinare l’ordine. Gli stessi che, se si difendono, rischiano indagini, denunce, sospensioni. E che oggi, mentre la politica si volta dall’altra parte, si leccano le ferite in silenzio. La sinistra, quella che ancora pretende di dare lezioni di democrazia e civiltà, dovrebbe guardarsi allo specchio. Perché non si può continuare a scegliere da che parte stare a seconda della convenienza ideologica. O si è contro la violenza sempre, o si è ipocriti. E questa ambiguità – che ormai è diventata consuetudine – ha un prezzo. Un prezzo che pagano gli uomini e le donne in divisa. Un prezzo che, alla lunga, pagheremo tutti. Perché lo Stato di diritto, se non lo si difende quando è sotto attacco, smette di essere Stato. E comincia a diventare un teatro. Dove chi urla di più detta legge. Dove chi lancia una pietra viene giustificato. E chi la prende in faccia viene dimenticato.

Franco Lodige, 6 ottobre 2025

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