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Gran caos a Bruxelles

Transizione green, Ursula si sveglia: “Dipendiamo dalla Cina”

I pericoli della rivoluzione verde: materie prima controllate da Pechino. E l’asse con gli Usa non è così saldo

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Anche Ursula von Der Leyen finalmente l’ha capito: con i tempi che corrono, non ha senso passare dalla padella della dipendenza energetica russa alla brace della dipendenza tecnologica cinese. Lo diciamo da tempo: la decisione di dire addio alle auto diesel e benzina, cioè al motore endotermico, in favore del full elettric in così breve tempo (entro il 2035) rischia di renderci dipendenti dall’Oriente. Dice il ministro Salvini, oggi in visita a Bruxelles: “L’integralismo pseudo-ambientalista non serve all’ambiente ma può lasciare in mezzo alla strada decine di migliaia di operai”.

La transizione green

Ieri lo ha capito anche la presidente della Commissione Europea durante la sua visita a Bruges. “Oggi la produzione e la lavorazione di alcune delle materie prime critiche per la rivoluzione verde sono controllate da un unico Paese, la Cina – ha detto – L’Europa e gli Stati Uniti possono costruire un’alternativa a questo monopolio istituendo un club delle materie prime critiche. L’idea alla base è semplice: la cooperazione con partner e alleati per l’approvvigionamento, la produzione e la lavorazione ci dà la possibilità di superare il monopolio”.

Le tensioni con gli Usa

Giusto. Peccato ci sia un piccolo problema: la cooperazione con gli Stati Uniti funziona molto bene quando si tratta di scegliere in ambito Nato un intervento militare, molto meno quando di mezzo c’è il grano. I soldi. Lo dimostra il fatto che Joe Biden, dopo aver “spinto” l’Unione Europea ad accettare le sanzioni contro Mosca, si è ben guardato dal concordare con i partner Nato più colpiti dagli effetti avversi delle sanzioni (cioè noi) le politiche economiche comuni per far fronte alla crisi. Washington ha messo in campo un piano mastodontico chiamato Inflation Reduction Act che, per ammissione di quasi tutte le capitali europee, rischia di tagliare fuori la nostra industria dal mercato globale.

Per approfondire

In sintesi: noi ci siamo staccati dal gas russo, che costava poco, gli Usa ci vendono il loro GNL a prezzi mastodontici, poi mettono in campo aiuti di Stati miliardari (agevolazioni fiscali e sussidi) per superare l’inflazione. Aiuti che l’Ue non è in grado di sostenere per aiutare le proprie aziende, che così pagheranno l’energia molto più delle rivali americane. Rischiando l’osso del collo.

Per Ursula c’è la concreta possibilità che il piano di Biden “porti a una concorrenza sleale”, che “possa chiudere i mercati” e addirittura “frammentare le stesse catene di valore critiche già messe alla prova dal Covid”. Tanto che l’Europa vorrebbe, Germania permettendo, rendere più flessibili le norme europee sugli aiuti di Stato dotandosi di un bazooka appropriato (un fondo sovrano Ue) per “copiare” gli investimenti e gli aiuti americani. Altrimenti il rischio è di rimanerci fregati. E dipendenti dalla Cina.