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Tre domande all’Ucraina sul divieto di usare il russo

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Per decenni nel nostro Paese v’è stata – e, a dire il vero, fino ai giorni nostri v’è – l’abitudine di dare del fascista come accusa generica verso chi, a torto o a ragione, esprimeva sentimenti o idee in qualche modo riconducibili, anche vagamente, ad aspetti essenziali dell’essere fascista. Naturalmente, come sempre in questi casi, non mancano circostanze comiche, del tipo (ora me n’invento una che, vera o no, dovrebbe rendere l’idea): la botta «i treni dovrebbero arrivare in orario» è un tutt’uno con l’immancabile risposta «sporco fascista».

Simili accuse sono legittime non solo ove vi sia reale attivismo per la costituzione di partiti o movimenti che si ispirino al fascismo, ma anche se le idee, e vieppiù le azioni addebitate, siano o no riconducibili allo spirito che è essenziale del fascismo. Lo stesso vale per l’accusa di nazismo. Al quale attengono un tot di cose, una delle quali è l’ideologia della prevalenza di una razza, la cui presunta purezza andrebbe preservata con l’adozione di leggi ed azioni miranti alla sistematica purga di quelle, diciamo così, impure. La presenza in un Paese di gruppi o associazioni con tali sentimenti non è sufficiente a qualificarlo nazista: certamente no se quei gruppi o associazioni sono clandestini. Se però essi sono tollerati, allora si può aprire una discussione, e se poi essi sono addirittura incorporati nel corpo amministrativo e governativo, allora la discussione diventa un obbligo.

Putin ha accusato all’Ucraina il peccato di neonazismo. Non voglio ora tornare sui vari battaglioni – tipo l’Azov – che sono stati incorporati nella milizia regolare: il mainstream li ha già promossi angeli ed eroi e non vogliamo polemizzare. Voglio qui indagare la posizione dell’Ucraina in ordine agli ucraini di lingua russa. Giova anche qualche paragone. Per esempio, in Svizzera la popolazione parla tedesco per il 65%, francese per il 25%, italiano per il 10%. La somma fa 100 solo perché ho arrotondato. In realtà v’è meno dell’1% che parla romancio. Orbene, l’art. 70 della Costituzione Elvetica recita così: «Le lingue ufficiali della Confederazione sono il tedesco, il francese e l’italiano. Il romancio è lingua ufficiale nei rapporti con le persone di lingua romancia».

In Italia, se si escludono i dialetti (a proposito: pare che l’Unesco abbia dichiarato il napoletano la seconda lingua più importante da noi), il 99% della popolazione parla italiano e solo l’1% no (la metà dei quali parla tedesco, come noto in Alto Adige). In ogni caso, l’art. 6 della nostra Costituzione recita che «La Repubblica tutela le minoranze linguistiche». Curiosamente, la Costituzione nulla dice sulla nostra lingua ufficiale. Probabilmente fu dato per sottinteso che fosse l’italiano, tanto più che vi sono altre norme che, pur non avendo la forza di norma costituzionale, dichiarano esplicito l’ipotizzato sottinteso. Ma non voglio tediarvi ulteriormente coi dettagli: i due esempi mi sembrano sufficienti a far riflettere su quel che ora segue.

L’art. 10 della Costituzione ucraina (del 1996) recita: «La lingua di Stato è l’ucraino. Lo Stato assicura lo sviluppo globale della lingua ucraina in tutte le sfere della vita sociale nell’intero territorio dell’Ucraina. In Ucraina sono garantiti il libero sviluppo, l’uso e la protezione del russo e delle altre lingue di minoranze nazionali». Senonché, se uno cerca il peso relativo delle lingue, non trova dati concordi, anche perché le due lingue più popolari, pur diverse, hanno molte cose in comune e son entrambe parlate o comunque entrambe comprese nel Paese. In questi casi, è meglio prendere i dati da chi appare meno favorevole alla tesi che stiamo cercando di sostenere. Mi affido pertanto alla fonte di “EuroMaidan Press”, il cui nome dice tutto. Orbene, secondo “EuroMaidan Press”, in Ucraina nel 2012 la lingua madre (e fatemi sottolineare “madre”) era l’ucraino per il 57% e il russo per il 42%, ma la forbice si sarebbe allargata a, rispettivamente, 77% e 21% nel 2021.

Figura 1. Evoluzione della percentuale relativa tra madrelingua ucraina e madrelingua russa dal 2012 in poi. (Fonte: EuroMaidan Press)

I valori numerici dei dati sono grosso modo confermati da varie altre fonti, inclusa quella dell’Istituto di Sociologia dell’ Accademia nazionale ucraina delle scienze, di cui riportiamo i risultati di un’indagine sulla lingua effettivamente usata dalla popolazione.

Figura 2. Evoluzione della percentuale relativa della lingua effettivamente usata in Ucraina dal 1992 al 2020. (Fonte: Accademia nazionale ucraina delle scienze)

Due domande sorgono spontanee.

  1. La prima è come mai la Costituzione ucraina dichiarava unica lingua dello Stato l’ucraino sebbene questo fosse usato in esclusiva da meno del 40% della popolazione e sebbene il russo fosse parlato in esclusiva da più del 30% della popolazione. Una circostanza che è rimasta essenzialmente tale fino al 2014. E come mai il russo veniva in Costituzione posto sullo stesso piano delle lingue di minoranza, usate da meno dell’1% della popolazione.
  2. La seconda domanda è come sia mai stato possibile che nel giro di appena 10 anni il 20% della popolazione abbia cambiato sentimenti in ordine alla propria lingua madre. In proposito, “EuroMaidan Press” risponde orgogliosa: «Tra il 2012 e il 2016 sono occorsi significativi cambiamenti nel senso di autoidentificazione linguistica». Voglio dire: quali metodi di «persuasione» sono stati mai adottati. La lingua madre è quella che si apprende dalla voce della propria madre in allattamento, la quale parla al proprio figlio nell’unica lingua che essa sente venire dal proprio cuore. La lingua madre è immutabile.

Non intendo dare alcuna risposta alle due domande, ma rilancerei con una terza, e cioè se ne vogliamo parlare. Se la Svizzera ha sentito il bisogno di avere tra le proprie lingue di Stato anche quella parlata dal 10% o da meno dell’1% della popolazione, e l’Italia garantisce protezione a minoranze linguistiche che contano meno dell’1%, perché invece l’Ucraina ha deciso che quella parlata da oltre il 30% della popolazione non solo non merita neanche lo status di minoranza ma è stata anche proibita. Come da specifica legge del marzo 2020 che obbliga l’uso dell’ucraino in tutte le scuole secondarie.

A me sembra che se si vuole la pace, bisogna capire. Tutto. Anche le cose sgradite. Chi continua a ignorare queste domande e tutte le altre – sull’espansione della Nato alle porte della Russia, sui sentimenti degli abitanti della Crimea e del Donbass che votarono un referendum, su una guerra civile durata otto anni e mai sopita, sugli accordi di Minsk prima sottoscritti e poi mai rispettati – non può proporsi, credo io, da paciere. Ma è un belligerante. Magari in pantofole, ma belligerante. Quanto agli ucraini, per promuovere la loro lingua forse avrebbero fatto meglio a imparare dai napoletani, che senza colpo ferire si sono attirati le attenzioni dell’Unesco.

Franco Battaglia, 19 maggio 2022