Esteri

Trump ha rivoluzionato la politica estera Usa. Ma…

La strategia di The Donald è utile ma non può bastare. E occorre tenere a bada i fastidiosi protagonismi di Macron e Erdogan

Donald Trump, presidente degli stati uniti d'America, e la sua storia in politica, tra democratico e repubblicano Immagine generata da AI tramite LeonardoAI
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Nel maggio di quest’anno dopo un attentato terroristico in Kashmir (secondo Nuova Delhi ispirato da Islamabad) l’India lancia alcuni missili contro installazioni militari pakistane. Washington interviene subito invitando i due stati asiatici a cessare gli scontri militari. Qualche settimana fa dopo alcuni pogrom contro drusi del sud della Siria, Israele bombarda a Damasco il quartiere generale dell’esercito di Ahmad al Shara’. Washington chiede subito e ottiene la fine delle ostilità. Fine luglio scoppiano scontri militari tra Cambogia e Thailandia derivati da antiche dispute territoriali. Washington minaccia pesanti dazi se gli scontri non cessano e anche questi due stati asiatici cessano le operazioni militari.

In tre mesi gli Stati Uniti hanno messo in atto una politica estera che ha un certo tasso di novità: non s’interviene nel merito delle questioni in ballo ma si chiede solo di non risolverle militarmente, si dimostra l’efficacia dell’uso dei dazi anche nel frenare gli scontri armati, si manifesta un’ampia sfiducia verso un’Onu che peraltro dalla Libia al Sudan ha un evidente incapacità strutturale nell’affrontate questioni complesse, non si hanno remore anche nell’intervenire in area dove è consolidata l’egemonia cinese come la Cambogia o dove si sta consolidando come in Pakistan. Si mette in atto una certa capacità diplomatica che era parsa offuscata in diversi casi, da quelli più stravaganti (Groelandia e Canada) a quelli più tragici (Ucraina e Gaza).

Se da una parte non si può non ammirare questa nuova politica estera americana che non lascia trascinare le questioni internazionali indefinitivamente (si considerino anche la questione della bomba nucleare iraniana affrontata con un intervento militare limitato ma assai efficace e contro la minaccia degli Houthi alla navigazione del Mar Rosso) come era avvenuto invece in tanti scenari post fine dell’Unione sovietica pasticciando tra ingerenze e impotenze, dall’altra proprio gli evocati casi tragici (Ucraina e Gaza) spiegano come la potenza americana da sola non sia sufficiente per le sfide più complesse.

E questo è vero sia nel chiudere conflitti come quelli “tragici” citati, sia nella costruzione di nuovi equilibri: imprese come il rilancio dei Patti di Abramo, del decollo del Corridoio India-Medio Oriente (Imec) o del Piano Mattei non saranno veramente implementate senza una convergenza ampia dell’Occidente liberaldemocratico, che tra l’altro aiuti a tenere a bada anche i fastidiosi e perlopiù intempestivi protagonismi dei Macron e degli Erdogan.

Lodovico Festa, 30 luglio 2025

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