Qui al bar proviamo a fare un ragionamento senza essere grandi conoscitori della geopolitica: l’ossessione europea per il pericolo russo è un assist a DonaldTrump, che può usare la leva del ritiro dei militari dal Vecchio continente e dell’abbandono della Nato per piegare gli Stati (ex?) alleati. Da un lato capiamo perché i leader, alle nostre latitudini, si agitino tanto: stanno facendo i conti non tanto con il disimpegno americano, quanto con l’irrilevanza dell’Europa sullo scacchiere. La partita si gioca nei dintorni della Cina e nelle aree del pianeta, dal Sudamerica al Medio Oriente all’Africa, nelle quali Washington e Pechino possono danneggiarsi a vicenda.
Il nostro mercato fa gola a tutti, ma mentre per il Dragone è una fonte di guadagni, per gli Usa è una voce di costo (sono importatori netti, nettissimi). Dunque, nel braccio di ferro commerciale per ottenere l’agognato riequilibrio, Trump può sfruttare, come sta facendo con Giorgia Meloni, la carta degli amici ingrati, difesi a spese del contribuenti statunitensi, proprio perché gli europei, un po’ per una monomania nei confronti di Mosca e un po’ per rivendicare comunque un ruolo, dimostrando che pure sul nostro terreno potrebbe combattersi una guerra su vasta scala, insistono nell’agitare lo spauracchio di Vladimir Putin. Che nella nostra immaginazione galleggia a metà tra due dimensioni: quella del conquistatore sfrenato che si prepara a invadere i Paesi baltici e la Polonia e quella dello stratega decotto, ormai prossimo alla sconfitta in Ucraina. Due versioni che si contraddicono a vicenda, senza che nessuno si preoccupi di verificare quale delle due sia vera.
La “minaccia esistenziale” russa ci serve per mobilitare un popolo sempre più disilluso verso l’integrazione europea e, soprattutto, per giustificare un riarmo che, più che un modo per premunirsi da eventuali strappi americani, è un ripiego forzato dopo che il green e gli altri lacciuoli burocratici dell’Ue hanno distrutto l’automotive. Ma sentire l’Orso alle porte è un’arma a doppio taglio: dà margini di manovra agli eurocarti come li dà a Trump. La verità è che il tycoon potrebbe tranquillamente darci il benservito senza che perciò stesso, il giorno dopo la partenza dell’ultimo soldato americano, nelle nostre città compaia l’Armata dello zar. Sarebbe bene prenderne atto: la potenza in declino si trincera e spinge gli alleati a fare da sé; pensare di invertire questo processo è ingenuo; e l’ingenuità è un altro assist che dà potere contrattuale alla Casa Bianca. Magari ci sbagliamo. Magari diciamo una fesseria. O magari è il caso di rifletterci su.
Il Barista, 22 giugno 2026
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