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Tutti gli imputati alla Norimberga del virus

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Ha ragione e coraggio da vendere Stefano Zecchi, quando invoca – come ho ascoltato a Quarta Repubblica – una Norimberga per i responsabili di una gestione della pandemia che, a dir poco, può definirsi incompetente e, usando la stessa parola di Zecchi, sadica, perché si è volutamente inibire non la diffusione del virus ma i momenti di gioia. Mi chiedo chi dovrebbero essere gli imputati-simbolo di questa ipotetica Norimberga. Provo a ipotizzarne qualcuno, e mi limito all’Italia perché non son sicuro di conoscere a sufficienza le colpe dei responsabili degli altri Paesi. Cominciamo.

Sergio Mattarella? L’impressione è che l’uomo – a questo punto un uomo dai capelli immeritatamente bianchi – ha responsabilità per irresolutezza. Aveva cominciato il 2020, nel discutibile discorso di buon anno, con l’avvertenza a tutti gli italiani della – a suo dire – fondamentale emergenza planetaria dei cambiamenti climatici. Che centinaia di geologi, geofisici, fisici – tra questi premi Nobel, presidenti di Società scientifiche, magnifici Rettori di università – con regolare e deferente missiva, gli avevano fatto presente essere una inesistente emergenza. Mattarella, rifiutatosi di ricevere un rappresentante della missiva, un ex-Rettore d’università, professore di Geologia Applicata, riceve alcuni mercanti del fotovoltaico e, come per gettare il carico di briscola sul tavolo, sottoscrive l’esortazione a dirottare «tutti i flussi finanziari» verso la protezione da quella farlocca emergenza. Poi, al cospetto della vera emergenza, quella sanitaria, rimane impietrito, incapace di alcun intervento, incapace di captare l’inettitudine dei due governi da lui stesso voluti: quello di Conte e quello di Draghi.

Roberto Speranza? Era – ed è tuttora – lui il ministro alla Salute. È, costui, il massimo responsabile morale dei 112 mila e più morti che il Paese ha pianto. Avrebbe dovuto minimizzare il danno dal virus, e invece lo ha massimizzato. La sua massima responsabilità è stata la superbia, incapace – come è stato – di riconoscere i propri limiti professionali ad affrontare una situazione d’emergenza che avrebbe richiesto, sì, un politico, ma che fosse anche competente del problema. Il massimo della superbia s’è rivelato quando pensò addirittura di scrivere un libro, che il poveretto ha dovuto ritirare il primo giorno che arrivò in libreria: pensate quante scemenze dovevano esserci scritte in quel libro. Alla fine di gennaio 2020, quando la Sud Corea aveva già chiuso gli ingressi dalla Cina e già eseguiva centinaia di test al giorno, Speranza andava in televisione pubblica a dichiarare che non v’era alcuna emergenza. E alla fine di febbraio 2020, quando la Sud Corea eseguiva già migliaia di test al giorno, lui ne decretava la sospensione totale.

Giuseppe Conte? Per non aver capito che, prima ancora di metterlo alla prova, doveva immediatamente sostituire Speranza con qualcuno professionalmente all’altezza di almeno comprendere le indicazioni – necessariamente incerte e contraddittorie – dei cosiddetti esperti, che in realtà non ci stavano capendo nulla. E per aver istituito un Comitato tecnico scientifico mostruosamente numeroso, di quasi 30 persone (bastavano 3, al massimo 5 tecnici, ma anche 5 sarebbero già stati troppi): perfetto per non funzionare, come non ha funzionato. E, dinanzi all’evidente fallimento della prova, temerariamente concessa a Speranza, per aver persistito nell’errore, mantenendo il ministro a quel posto. Anziché mandarcelo.

Mario Draghi? Per aver mantenuto Speranza e non aver compreso che l’intera pandemia era stata affrontata con irresponsabile pressappochismo. Al culmine della inettitudine, Draghi sta disquisendo sulla opportunità o meno di rendere obbligatori i vaccini. Disquisizione oziosa – e in quanto tale non perdonabile ad un Primo ministro – visto che ancora solo il 13% degli italiani ha ricevuto almeno una dose di vaccino e, di questi, solo la metà è stato completamente vaccinato. Ma di vaccini parlerò in un prossimo articolo.

Un giornalista a caso, a rappresentare l’opinione pubblica? Eh già, siamo tutti stati vittime del giornale unico del virus. Di una pubblica opinione che ha tenuto nascosto a tutti gli italiani due fatti cruciali:

1. Il lockdown, che ha rovinato psicologicamente ed economicamente il Paese, non ha salvato neanche una vita umana, perché v’è un Paese – la Svezia – che non ne ha adottato alcuno (colpevolmente non ha adottato alcuna misura) e ha pianto, in proporzione, meno morti di noi.

2. La Corea del Sud (SK), come abbiamo spiegato nel nostro precedente articolo – e, soprattutto, come facevamo notare già dal marzo del 2020 – sarebbe stato il Paese da imitare. In aggiunta a quelli del precedente articolo, nei due grafici che seguono, per Italia e Sud Corea, riportiamo, per ogni persona che veniva identificata come positiva, il numero di tamponi che è stato eseguito al fine di tracciare e isolare i contatti e, così, bloccare la diffusione del virus.

Si noti, nel primo grafico che riporta il periodo della prima ondata, come tra il 28 gennaio e il 28 febbraio del 2020 la SK eseguiva già decine di migliaia di test diagnostici e noi, per tutto quel tempo, zero. E si noti, guardando anche il secondo grafico, che rappresenta il periodo della seconda ondata, come la performance italiana è stata decisamente insufficiente, al confronto con quella SK.