Cultura, tv e spettacoli

Un crimine contro la musica

A Sanremo è andata in scena la serata dei duetti: sia dannato Pippo Baudo che li ha inventati. Esibizioni atroci, ultima corsa dei tanti rimasti ai box

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Oh la la, stasera ci sono i duetti, sia dannato Pippo Baudo che li ha inventati. Durano 6 ore e sono atroci. Nonché l’ultima corsa di tanti brocchi rimasti nei box. Questa è una guerra, un massacro, un abominio, un olocausto, 30 crimini contro la musica per altrettanti terroristi impuniti.

  • Laura Pausini finalmente canta. Finalmente, insomma. Ecco, questa Pausini è una che all’inizio la senti e dici beh, però; poi la senti meglio e dici beh, però. Ma in senso contrario (la voce totalmente diseducata di una eterna adolescente che strilla al karaoke).
  • Carlo Conti è la fiera del cliché: che energia, che emozione, che inizio. Che spettacolo. Che balle. La sagra del luogo comune, solo che nessuno sa dove sia questo luogo. E sempre meno vogliono scoprirlo.
  • Si comincia subito nel modo più efferato con Elettra Lamborghini e certe tipe unte come il nome, Ketchup. In effetti, dal cibo al canto spazzatura è un attimo. Ho visto cose più sexy, originali e professionali a una recita scolastica. Poi dice uno rimpiange gli ayatollah, specie se vede quelle (ma anche qualche maschione) in prima fila che fanno i gesti con le braccia: praticamente c’è tutta Rai1, una roba in famiglia, nel senso di don Vito Corleone. Comunque Elettra è fulminata.
  • Eddy Brock, anglismo per Brocco. Quello del mercato del pesce. “Il mare è impazzito. Le vongole respirano. Le aragoste sono freschissime”. Con quell’altro, Fabrizio Moro, ma perché fa sempre il grugno incazzato, ma falla finita, che stai sempre qua a svernà. “Portami via”. Ecco, portali via tutti e due e rispediscili al mercato, che le vongole respirano.
  • Nel Festival del nulla chi meglio di un comico del nulla? Alessandro Siani, sono anni che mi chiedo la ragione del suo essere: mah, sarà Napule, Eduardo, Troisi, Totò, sapete, il dovere di trovarli etnicamente geniali, tutti, sempre, se no sei ignorante, milanese, razzista, la questione meridionale, Gramsci. Quella rottura di balle lì. Io Siani lo chiamo servilismo comico, cioè umorismo di regime, qualsiasi regime, mai compromettersi, mai rischiare per nessuno e per niente.
  • Mara Sattei ha scelto uno più sconosciuto di lei. Giustamente, per non rischiare. La nostra Ferragni che si pensa artista. Riesce a massacrare una roba melensa, muccinesca, ma non ce l’avrebbe fatta da sola, senza questo Mecna, che nome fa un po’ ridere, ma voi riderete per come canterò. Uno dei momenti più cringe degli ultimi 76 anni. Non solo a Sanremo, proprio nel mondo.
  • Ptt Pvvv con uno che adesso copio da google perché non ce la faccio: Timofej Andrijashenko. Tecnicamente non un duetto, è il primo ballerino alla Scala. Allora diciamola sta cosa una volta per tutte: Patty Pravo non può più cantare. Non prende più una nota. Da Divina Mimesis a Divina Nemesi. È ora del ritiro, perché dopo il patetico c’è l’assurdo.
  • Io su Bianca Balti non ho cambiato idea rispetto a un anno fa. Ma rispetto ad allora devo pur dirla una cosa per inquadrare correttamente il significato di una presenza. Questa top model ha un management che pesa, ma il suo ritorno un anno dopo non va frainteso come vittoria, men che meno trionfo: se mai fatica di esserci ancora e più che allora. Il momento peggiore per chi ha un cancro non è prima, non è durante (come l’anno scorso): è dopo, quando hai finito le cure e ti senti sfinito e ti senti come uno uscito da un ergastolo e non sai che fare, sei ancora vivo e non sai che fartene. È allora che tutto crolla. Se non hai vicino qualcuno che raccoglie la tua disperazione ancora incredula, non ne esci. Bianca l’ha detto e io posso testimoniare. Non lasciate solo chi è malato: la sua fine comincia da voi.
  • Abbiamo qui un duo di rara antipatia. Caricate, sopra le righe a livelli ridicoli, paiono Stanlio e Ollio sul palco, invece sono la promessa appassita Levante e la promessa in sfiorimento Gaia. Con allusioni lesbo, tanto per non tradire la quota woke. Sarà per irriderli programmaticamente, “I maschi”? Per compiacere la compagna Lella? Comunque, non con questo approccio idiota. Cagata patinata.
  • Malika Ayane, ecco un’altra costituzionalista che dà (in piena conferenza stampa) indicazioni di voto, e immagina come: puoi. Col compagno Santamaria, roba molto attoriale, molto pariolina. Ma chi gliel’ha detto a ‘ste facce da fiction che sanno cantare? Vero è che il livello generale è al di sotto di ogni sospetto. Io vorrei sapere cosa avrà pensato Mina a sentire stuprare così “Mi sei scoppiato dentro il cuore”.
  • Lo dicevo, che Cristina d’Avena ci covava e difatti bum, eccola qui con le Bambole di pezza che fanno oh oh oh Occhi di gatto (si vola altissimo) e Carlo Conti la paragona ai Led Zeppelin, che purtroppo effettivamente affiorano con Whole Lotta Love in mash up. Altro che cringe, siamo al demenziale puro, manco Lou Reed che canta Chiccolino. Levateje l’LSD, a tutti quanti.
  • Dargen d’Amico, Pupo e Fabrizio Bosso a fare “Su di noi” contro la guerra (in realtà suona più come un invito ad arrendersi a chi si ostina a resistere, ci siamo capiti) per una plurileccata di culo a Mattarella e papa Francesco: lo vedete che sono partiti tutti di testa? La cosa più ironica è che Pupo, putiniano di ferro, sembra Zelensky. E anche il povero Boris Vian di Le Dèserteur lo mettiamo tra le vittime collaterali.
  • Ve l’ho detto o no che la sera dei duetti è puro stragismo sui morti? Adesso tocca a Lucio Dalla, alla sua “La settima luna” fatta a pezzi dagli imbolsitissimi Stadio (Curreri sembra Rosi Bindi) con Paradiso. “Maledetto il giorno ch’era nato”, ma per davvero. Io poi ho una teoria, Lucio Dalla non lo può fare nessuno, troppo personale, canto musica e parole erano una cosa sola, non replicabile. Ma queste forse sono fisse mie…
  • Sotto con un altro cadavere da straziare, è una sera necrofila: tocca a Ornella Vanoni con “Domani è un altro giorno” formato Topo Gigio aka Michele Bravi, si fa per dire, con generose spruzzate di pesantezza by Fiorella Mannoia. Improbabile per dire il meno questa versione a pugno chiuso, la compagna Fiorella riesce a trasformare ogni melodia, perfino la Marcia Reale, in Bella Ciao. A proposito: indovina un po’ lei come vota al referendum?
  • Una delle disgrazie dei nostri tempi: De Andrè canta De André, Mango canta Mango, e ovviamente Morandi canta Morandi anche se si fa chiamare Tredici Pietro; e lo spettacolo del figlio che fa l’intelligenza artificiale del padre è più agghiacciante che patetico, tanto più quando arriva anche il “vecchio” in mani ed ossa. Ma che simpatici, il bimbo rappa e il babbo sorveglia. Quel paternalismo penoso, quel familismo amorale, quella mancanza di ritegno che si respira a Sanremo. “Gianni, questa è casa tua” dice il lampadato. Sanremo è casa e cosa loro. Morandone e Morandino (Galeffi Fudasca & Band in vita chicchèzzo li conosce a questi???).
  • I nuovi Cuoricini, Maria Antonietta e (che par de) Colombre, infieriscono come bestie sul povero Jimmy Fontana, una depravazione da Epstein: fortuna che se n’è andato da 13 anni, se no mi sa che ripigliava la famosa mitraglietta finita alle BR (è tutto vero, questo è un Paese bizzarro). Brunori sas crede che “Il mondo” sia una delle sue canzoni e la finisce di snaturare.
  • Fulminacci è un altro cocchetto della sinistra, forse per l’atteggiamento dimesso, sul “povero me” che sa come è brutto il mondo ma votando giusto al referendum si può raddrizzare. E giustamente si prende l’ubiqua, gradevolissima Fagnani: non fa in tempo a finire che parte il promo di “Belve”. “Parole, parole, parole” e sinergie.
  • Le lattine LDA & Aka /Even, pensa te, fanno Andamento Lento. C’è anche Tullio il Grande, un po’ inflazionato, appesantito, ma lui pure ha sconfitto un cancro quasi mortale (anni fa) e a 80 sta ancora lì a picchiare sulle pelli. Purtroppo non sulle lattine, ma Tullio è sempre Tullio e Andamento lento siamo noi, sono le migliori primavere della nostra vita, chi se ne frega se la stravolgono (ma con rispetto), nel nostro cuore è custodita: vive per sempre. Alelai alelai alelai vieni appress’amme, alelai alelai, alelai bum bum.
    (Gabbani è sempre quello di “sce potescimo schpiegare” e quindi allora “come una poescia, inscieme non sci perderanno mai, che tanto poi sci scia, scie sci porta via”)
  • E ti pareva che Raf (coi Kolors) non rifluiva agli anni ’80: sceglie The riddle dell’obliato e non rimpianto Nick Kershaw. Non è un caso: i Kolors sono fissi del giro Tozzi e con lui Raf, Masini, la stessa Pausini che difatti l’ha omaggiato poco prima con Immensamente. Qui si esce dalla logica asfittica del Festival per proporre una cosa più circense, in senso spettacolare. Apprezzabile l’impegno, ma poteva mancare la figlia di (Raf)? Casa Sanremo in tutti i sensi.
  • J-Ax, incredibile, si è appena scoperto una coscienza: adesso addita la politica subalterna alla finanza, sai la scoperta, e il peso delle élite. Cinque anni fa diceva che erano tutte balle e invitava a obbedire: “Provo un pesante odio verso i novax”. Cappellone nostro (sullo splatter di “E la vita, la vita”, complice la raggelante rsa dei Ligera, che sarebbe slang milanese per dire la delinquenza spicciola, non dico niente, niente. Renato saggiamente se n’è stato fuori, Cochi purtroppo no e neanche il figlio di Jannacci. Sto piangendo e non di commozione, mi hanno ucciso una memoria).
  • Scelta snobbissima, scicchissima “Lady is a Tramp”, e sarebbe troppo facile, e ingeneroso, rimarcare che la nostra Lady Gaga in sedicesimo, Ditonellapiaga, sta a Ella Fitzgerald come sto TonyPitoni a Frank Sinatra. Cioè a distanza di galassie. Invece siamo inclusivi e rendiamo onore all’incoscienza e, chissà, all’ironia: con tanto di citazione da Rabagliati (Baciami piccina). Un soffio di simpatia e di leggerezza in un Festival dove meno valgono e più se la tirano.
  • Nigiotti e Alfa, datemi un alka. Seltzer. Curiosa però la scelta di “En e Xanax”, il mal di vivere sotto le Torri di Samuele Bersani. Canzone tragica, che andava bene così, senza bisogno di infilarci sempre quei passaggi rappettati del cazzo.
  • Serena Brancale (feat. Gregory Porter & Delia) va sul sicuro, sceglie uno standard che più standard non si può e che sta nelle sue corde di jazz singer. Tutto bene, ma perché non appassiona? Perché è scolastica, precisa, asettica, Brancale vuol dimostrarti quanto è brava (già, quanto?), di scaldarti non si cura, non ce l’ha nell’anima (soul). E le manca la più piccola stilla d’ironia, è una che si prende dannatamente sul serio, la legittimazione non le basta mai.
  • Sayf si concede Alex Britti e Mario Biondi e il peccato di presunzione è molto grave perché Ray Charles e i Blues Brothers (Hit the road, Jack) sono roba esplosiva ma delicata. Ci vuole umiltà e qui invece siamo alla paraculata di chi, non sapendo cantare, “rappa”. Troppo facile, così si può massacrare tutto. Difatti vien fuori un gran casino condito dalle mamme.
  • Vi dicevo ieri sera della autosopravvalutazione di Mogol, uno che non si tenne dallo sfasciare Space Oddity di David Bowie (il quale non la prese tanto bene). Sentite che razza di testo provinciale, povero David, si rivolterà vieppiù nella tomba ascoltando Renga con quella sciagura ambulante di Giusy Ferreri.
  • Arisa è megalomane e scomoda il Coro del Regio di Parma per strapazzare “Quello che le donne non dicono”: ecco la differenza tra una interprete e una che ha semplicemente una bella voce: che l’interprete trasfigura, la vocalist sfigura (e tanti saluti al coro).
  • Se Pasolini faceva “descrizioni di descrizioni”, Samurai Jay fa insulsaggini di insulsaggini e non bastasse nella “Baila Morena” ai tortellini zuccherati ci infila pure Belen che chissà perché deve impicciarsi. La “luna piena” è il faccione di Roy Paci, clamorosamente espanso. Parenti assortiti, anche qui.
  • Sal da Vinci (e la rovina di Cinque Giorni, povero Zarrillo) non merita attenzione, è fasullo come una moneta da 3 euro, come l’Unione Europea, come la sua tintura e il suo entusiasmo cerimonioso. Vocalmente non esiste, non vale una cicca di contrabbando. Piuttosto, fate attenzione a come la claque dell’Ariston lo sostiene, urla, sbraita ogni volta: i vincitori, purtroppo, si annunciano, e si costruiscono, così.
  • E dàlli colla Nannini: non bastavano i Maschi, pure la Meravigliosa creatura. Preda di Fedez e Masini (con Hauser): Diochelagna, Fedez hai veramente abbottato, come diciamo qui, coi tuoi lamenti da privilegiato. La Ferragni te l’eri sposata tu, avete spremuto oro dalla fuffa, avete fatto il colpo gobbo, anche basta, please. A questo punto o ti spari tu o ci spariamo noi.
  • Ermal Meta non è granché, ma quanto a supponenza non lo batte più nessuno. Lui è uno che su X dice a tutti di vergognarsi se gli fanno notare la sua faziosità. Anonima (e mediocrissima) versione di Golden Hour, però “Dardust è uno dei più grandi produttori d’Europa”, e sticazzi.
  • E non poteva mancare De André, cominciavamo a preoccuparci. Quando uno vuol darsi un tono, riesuma il Faber. Nayt vuol darsi un tono e ci infligge “La canzone dell’amore perduto”, per di più con la Joan Thiele, roba grossa: vien fuori Stessa spiaggia stesso mare di Piero Focaccia al saggio di fine anno.
  • Quando ero piccolo, una volta una indovina mi lesse la manina: “Ah, figlietto bello, tu avrai tante esperienze nella vita ma anche prove molto difficili: dovrai essere forte”. Io pensavo fosse la malattia, altre storie, invece era parlare di Luché che fa Falco a Metà di Grignani con Grignani.
  • (Giuro sulla mia beltà che non ho mai sospettato questo Vincenzo Schettini dalla cresta quantistica. Poi ho scoperto che sarebbe uno scienziato professore influencer simpatizzato dai liberali ma vicino al PD però andato ad Atreju. Non ho capito perché si stanno scannando tutti su di lui. Non ho capito perché sta qui. Non ci ho capito niente, ma siccome la Luisella Costamagna ce l’ha con lui, qualcosa di buono deve aver fatto)
  • Chiello, ecco, Chiello io lo tengo in considerazione artistica meno del mio Lucky, e spero che il mio cagnone non si offenda, però devo dargli atto di una cosa: portare il fantasma di Tenco all’Ariston è da incoscienti o da eroi, non si azzarda nessuno, dicono che porta male. Lui lo fa. Che poi proponga la peggiore versione del mondo di “Mi sono innamorato di te” (povero pianista Saverio Cigarini), è un altro discorso (sarebbe da carcerarlo).
  • Daje, Leo Gassman, finalmente una faccia nuova, fresca, un po’ penalizzato, bisogna dirlo. Leo è uno che non ce l’ha fatta tutto da solo. Osa sfidare Cocciante (“Era già tutto previsto”), che è un azzardo per uno bravo, figurati ‘sto cosino. Almeno quell’Aiello ci prova a cantare: Leo, te lo raccomando. Quando alzano tono e registro, vien giù il teatro. Dalla disperazione.

La chicca: ogni tanto, nella pubblicità del Festival, passa la pubblicità della fiction del padre. Manca giusto lo spirito santo.

Max Del Papa, 28 febbraio 2026

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