Cronaca

Usciti dalla Questura, i 4 maranza minacciano: “Ora succederà il casino”

L'intervista choc a quattro ragazzini fermati dopo gli scontri di Milano: "Finché le cose non cambiano, sarà così o peggio"

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«Finché le cose non cambiano saranno così o peggio». Avete letto bene: così o peggio. Non è la frase di un manifestante che promette una protesta pacifica. È la risposta di uno dei quattro giovani intervistati dalla Stampa all’uscita della Questura, dopo essere stati fermati e denunciati in relazione agli scontri che hanno sconvolto Milano nel fine settimana.

Il giornalista chiede se torneranno in piazza. Risposta: «Assolutamente sì, non importano le conseguenze». E ancora: «Noi andiamo per fare del bene, per farci sentire». Poi arriva la precisazione: «Dopo come siamo stati trattati noi stasera, ancora di più con la rabbia». Già qui ci sarebbe abbastanza da preoccuparsi. Ma il meglio, si fa per dire, arriva quando l’intervistatore domanda se lo scontro sia destinato ad alzarsi. «Sì, finché le cose non cambiano saranno così o peggio».

Scusate, ma questa non somiglia a una minaccia? Dopo un fine settimana di devastazioni, un gruppo di giovani esce dalla Questura e annuncia che tornerà in piazza, che non importano le conseguenze e che la situazione potrebbe peggiorare. Non serve essere particolarmente maliziosi per cogliere il significato di quelle parole.

Uno degli intervistati prova anche a spiegare le ragioni della protesta: «Noi abbiamo fame, vogliamo svoltare la nostra vita e non riusciamo con le carte che abbiamo. Lo Stato dovrebbe agevolarci, darci una mano». E poi conclude: «Ed è per questo che ci andiamo in piazza a fare casino». Il tutto ovviamente indossando un giubbino Armani da 180 euro di listino. Non proprio il simbolo di chi cerca di tirare la cinghia per provare a campare.

In ogni caso, la difficoltà economica – vera o presunta – non è una licenza di devastare. Non trovare lavoro, sentirsi esclusi, avere poche opportunità: sono problemi seri, ma non autorizzano nessuno a distruggere negozi, terrorizzare i passanti o aggredire gli agenti.

Il paradosso è che, mentre una parte del dibattito pubblico cerca disperatamente le ragioni sociologiche delle violenze, questi ragazzi parlano con una chiarezza disarmante. Dicono che torneranno. Dicono che potrebbe andare peggio. E noi dovremmo limitarci a comprenderli? No. Comprendere le cause del disagio è un compito della politica. Impedire che la rabbia si trasformi in violenza è un compito dello Stato. E tutelare i cittadini che vogliono passeggiare, lavorare e aprire i propri negozi senza paura dovrebbe essere una priorità. Il che significa più agenti e magari l’esercito, come ha deciso di fare il governo. Ma sopratutto bisogna dare loro il potere di intervenire senza timore di essere crocifissi per aver esagerato un po’ col manganello.

Naturalmente le responsabilità penali dei singoli andranno accertate nelle sedi competenti. Ma sul significato pubblico di quelle dichiarazioni possiamo già discutere. Perché «sarà così o peggio», pronunciato all’indomani degli scontri, non è esattamente un messaggio rassicurante. Se questi ragazzi vogliono manifestare pacificamente, ne hanno tutto il diritto. Se invece intendono annunciare nuovi disordini, la risposta non può essere un’altra interminabile seduta di comprensione collettiva.

La città non è ostaggio della loro rabbia. E i milanesi non devono aspettare il prossimo «casino» per scoprirlo.

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