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Vaccinarsi non è un obbligo morale (per ora)

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“Vaccinarsi è una scelta di responsabilità, un dovere. Tanto più per chi opera a contatto con i malati e le persone più fragili”. Sono le parole pronunciate dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante il discorso di fine anno. Il capo della Stato, in realtà, non è il primo a usare questo argomento. Giovanni Toti, qualche giorno fa, definiva la vaccinazione “un obbligo morale, perché ho visto morire o infettarsi tante persone”.

È evidente che i rappresentanti delle istituzioni, cui hanno fatto eco molti camici bianchi, cercano legittimamente uno strumento dialettico per vincere dubbi e resistenze di una parte della popolazione nei confronti dei rimedi anti Covid. Ma qui rischiamo di arrivare a difendere un’idea giusta, con le motivazioni sbagliate. E la teologia dell’immunizzazione è già diventata più stucchevole delle farneticazioni complottiste dei no vax.

Immunizzarsi? Atto di egoismo

Diciamolo chiaramente: oggi, vaccinarsi non può essere un obbligo morale. Almeno, non nel senso in cui lo intende Mattarella. Se, infatti, lo scopo è proteggere i “fragili”, bisognerebbe avere la certezza che i farmaci impediscano la trasmissione del virus. Ma questa certezza, per il momento, non ce l’abbiamo, come riconosce anche l’Aifa. Non sappiamo, per mancanza di dati disponibili, se, oltre a schermare chi lo riceve dal Covid, i vaccini possano anche fare in modo che quella persona non lo contragga in forma asintomatica, diventando perciò contagiosa. La verità è che, per ora, vaccinarsi può essere solamente un sacrosanto atto di egoismo: mi immunizzo per non rischiare la polmonite bilaterale.

Certo, una componente di responsabilità nei confronti della comunità esiste: più persone si vaccinano, meno sarà intasato il sistema sanitario. Riportarlo alla normalità significa offrire agli altri malati, a cominciare da quelli oncologici, la possibilità di ricevere di nuovo cure di qualità, senza che il personale e le strutture siano assorbiti dall’emergenza coronavirus. Allo stesso modo, un dottore che si vaccina, riduce drasticamente il rischio di essere messo fuori gioco dal Sars-Cov-2, sottraendo così il suo contributo individuale a una macchina già stressata. Peccato, però, che il presidente della Repubblica abbia preferito buttarla sulla melensa retorica del gesto d’amore nei confronti dei deboli.

Ci trattano come bambini

Mattarella è stato la cartina di tornasole dell’atteggiamento che, purtroppo, le classi dirigenti mantengono nei confronti degli italiani: ci trattano come bambini. E cosa si fa, per vincere i capricci dei bimbi, quando non li si vuole rimproverare? Si cerca di fare leva sul loro embrionale senso di responsabilità, anche con ragionamenti mendaci. Così, allarmato dalle voci di una significativa diffidenza, da parte di medici e infermieri, nei confronti del preparato di Pfizer, il capo dello Stato ha tirato in ballo un principio che chiunque sia impegnato in corsia condivide: il desiderio di tutelare i malati.

La strategia della predica infantile è la prova che, esattamente come sulla campagna di somministrazione dei vaccini, l’Italia è al palo per quanto riguarda il piano di comunicazione e sensibilizzazione della popolazione. La scienza non presuppone atti di fede: si fonda sulle prove sperimentali. Certo, una componente di fiducia nei confronti degli esperti è necessaria: nessuno di noi ha le competenze per valutare autonomamente efficacia e sicurezza di un medicinale. Gli scienziati dovrebbero rispondere ai dubbi delle persone mostrando loro, in una forma comprensibile e semplificata, le evidenze utili a fugarli. Il paternalismo e i predicozzi, al contrario, finiscono per incrinare ancora di più il deteriorato rapporto tra comunità scientifica e opinione pubblica.

Obblighi e patentini: un errore fatale

Per le stesse ragioni, è profondamente controproducente reagire alle perplessità più o meno infondate della gente, straparlando di obblighi e patentini. Prima di tutto, perché di coercizione, in questa emergenza, ce ne siamo già sorbita fin troppa: le costrizioni contribuiscono solo ad alimentare le manie di persecuzione. Peraltro, con l’aggravante di una segretezza assoluta che circonda i contratti tra Ue e case farmaceutiche, nonché di una sostanziale vaghezza su chi dovrebbe risarcire gli eventuali, quand’anche rarissimi, danni da somministrazione.