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Vaccini e capitalismo: la lezione di Johnson

boris johnson adam smith

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Un successo clamoroso, sproporzionato se paragonato ai risultati raggiunti dalla vecchia Europa continentale, quello del piano di vaccinazione inglese. Che presto si tradurrà in un vantaggio economico e commerciale non indifferente. La migliore pubblicità che si potesse fare per convincere anche la metà dei sudditi di sua Maestà che erano perplessi che la Brexit alla fine è stata per loro un buon affare.

E ora Boris Johnson può anche permettersi di filosofeggiare, cioè dire apertis verbis quello che “noi quattro liberali quattro” (come diceva il compianto Piero Ostellino) avevamo sempre saputo ma non osavamo dire troppo forte per non essere tacciati di “sovranismo” e altre nefandezze del genere. E cioè che la Brexit non poteva non riuscire e che la Gran Bretagna senza la zavorra di Bruxelles, di questa Bruxelles proceduralistica e burocratica sia beninteso, non poteva non ricominciare prima o poi a volare. E così è stato già alla prima prova impegnativa.

Il successo britannico, ha detto l’altra sera un sempre più pimpante BoJo, “è dovuto al capitalismo, è dovuto all’avidità”. Che non è tanto una citazione del Gordon Gekko protagonista del film su Wall Street di Oliver Stone, come qualcuno si è apprestato a dire, ma, come si conviene ad un politico di solida cultura come il primo ministro inglese, nientemeno che di Adam Smith: “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio – è scritto in un celebre passo della Ricchezza delle nazioni – che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno per il proprio interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro interesse personale”. Cioè, appunto, alla loro avidità.

Poiché anche fra i conservatori gli spiriti del tempo, quelli dell’anticapitalismo a parole, e cioè chic, soffiano forti, Johnson si è in verità subito corretto dopo aver profferito lo smithiano elogio dell’avidità: si è detto “dispiaciuto” di aver così parlato (ad un leader si conviene sempre un po’ di onesta dissimulazione), ma non certo ha fatto harakiri. La sua non era un’idea sbagliata. Credere negli spiriti vitali, nel pragmatismo degli obiettivi e non nel regolismo delle procedure, affidarsi alla rule of law e lasciare per il resto tutto nelle mani della competizione e del mercato, senza dirigismi (e burocrazia) eccesivi, senza programmazioni più o meno sovietizzanti (come è in certi suoi aspetti quella del New Green Deal che ricorda la vecchia NEP), è la vera forza dei popoli anglosassoni e il motivo ultimo che ha portato alla Brexit. Che l’Unione Europea stesse crescendo in una direzione opposta, e dopo tutto costruttivistica e socialisteggiante, che una “gabbia d’acciaio” si stesse creando per tarpare le ali e la libertà ai popoli liberi, a Boris era già evidente dai tempi in cui, figlio di un euroburocrate e corrispondente da Bruxelles, sbeffeggiava con genio ed esilarante sarcasmo i surreali parti e la mania regolistica dell’Unione dalle pagine dello Spectator. Ri(leggere) per credere. E qualche editore ripubblicasse!

Come tutti i liberali, Johnson ama il rischio, e perciò a volte può sembrare addirittura spregiudicato. Sa che la sicurezza assoluta non esiste e che, come nel poker, a volte vince chi non la cerca nemmeno.