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Vaccini: la verità sul fiasco dell’Europa

ursula vaccini

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Diciamoci la verità. Checché ne dica Paolo Gentiloni (“in questa crisi hanno vinto gli europeisti”), dalla pandemia, l’Europa esce malissimo. Anzi, a essere precisi, non ne esce affatto. Non vede la luce in fondo al tunnel, perché sui vaccini procede a ritmi da lumaca, se paragonata ai Paesi – i vituperati Stati nazionali sovrani – che hanno preferito fare da sé.

Confronto impietoso

Guardiamo i dati riportati da Our world in data, relativi al numero di dosi somministrate ogni 100 abitanti. La media Ue è di 6,09. Quella degli Usa è 19,39, quella del Regno Unito 27,03, quella di Israele, ormai, 87,06. L’Unione sta perdendo alla grande il confronto con tutti gli altri grandi concorrenti e, per questo, è ridicolo che, come fa qualcuno, ci si metta a celebrare la campagna vaccinale italiana. Perché siamo andati, sì, un po’ meglio degli altri, ma solo per essere i primi tra gli ultimi della classe.

Eppure, lo scorso giugno, i ministri della Sanità di Italia, Olanda, Germania e Francia, inviavano una missiva alla Commissione Ue per invocarne il sostegno: dato che noi non riusciamo a cavare un ragno dal buco dai negoziati con le case farmaceutiche, se ne occupi Bruxelles. È finita con Ursula von der Leyen, che ha chiesto scusa per i ritardi e poi ha montato una battaglia contro i produttori, rei di non rispettare i tempi delle consegne. Fatto sta che, nel nostro Paese, dopo il balletto sul numero di dosi estraibili da una singola fiala (ci siamo vantati di poterne tirare fuori 6, ma il contratto che avevamo firmato con Pfizer era per 5), non c’è una sola Regione che abbia utilizzato tutte le dosi che ha a disposizione.

Finta solidarietà

Né possiamo dimenticarci che anche dentro la presunta Unione, a ben vedere, gli Stati membri hanno proceduto con metodi tutt’altro che solidali. La Germania, ad esempio, aveva opzionato per sé altri 30 milioni di dosi di Pfizer, al di fuori delle negoziazioni intraprese dalla Commissione. E mentre tutti ridicolizzavano l’immunizzante russo Sputnik V, si è messa a discutere con Vladimir Putin di una partnership per studiare un farmaco in tandem con Mosca.

L’Europa, d’altronde, è stata surclassata anche sul piano dei risultati raggiunti dal settore privato. La prima casa farmaceutica a inventare un vaccino è stata l’americana Pfizer (anche se ha lavorato in tandem con la tedesca Biontech). E anche Moderna è americana. Intanto, sta per arrivare il preparato dall’altra statunitense, Johnson & Johnson. Grossi problemi, invece, hanno avuto gli anglosvedesi di Astrazeneca, che hanno utilizzato le ricerche di Oxford e dell’italiana Irbm, ma almeno hanno portato a casa un risultato. Oggi, si vaccina anche con il loro immunizzante. La francese Sanofi, dal canto suo, ha combinato un pasticcio e, alla fine, si è dovuta arrendere pure la tedesca Merck. Siamo in attesa del primo “miracolo” italiano, con il vaccino tricolore dello Spallazani e di Reithera, che dovrebbe arrivare entro l’estate. Comunque, su tutti i fronti, gli americani sono arrivati per primi.

Benedetta Brexit

Fa specie, infine, il paragone con la Gran Bretagna. Ai tempi della Brexit, gli opinionisti paventavano ogni sciagura. Tra le altre cose, annunciavano che agli inglesi sarebbero mancate persino le medicine. Ironia della sorte: per la campagna vaccinale, il divorzio dall’Unione europea è stato una manna. E adesso Boris Johnson, che ieri ha annunciato al Parlamento un piano per riaprire gradualmente il Paese (in Israele sono già pronti a tornare alla normalità, con i patentini vaccinali), medita pure di soffiare – di nuovo, ironia della sorte – il Campionato europeo di calcio alle altre nazioni, che si erano candidate per ospitare alcuni match.