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Vaccini, perché l’Europa era destinata a fallire

ursula boris johnson

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Chissà se Ursula von der Leyen è a conoscenza del non lusinghiero giudizio che un suo famoso connazionale, e cioè nientemeno Otto von Bismarck, dette dell’Italia: “forte appetito ma debole dentatura”, disse il cancelliere di ferro a fine Ottocento. Quel giudizio, in effetti, oggi potrebbe benissimo essere dato all’Unione Europea, la cui Commissione Ursula ormai da più di un anno presiede. Grandi progetti, programmi di leadership mondiale, aria di sufficienza verso gli Stati Uniti, ma poi, alla prima prova concreta, un flop clamoroso.

Che il piano vaccinale, sottratto ai singoli Stati e avocato a sé da Bruxelles, sia clamorosamente fallito, lo stanno dimostrando impietosamente sia i dati dell’epidemia sia soprattutto quelli relativi alla popolazione messa in sicurezza. Il paragone non solo con le grandi potenze, ma anche con quella Gran Bretagna che ha imboccato la strada dell’exit, è a dir poco penoso. Contratti male impostati e mal gestiti, lentezza burocratica, modelli e tempi decisionali non consoni alla situazione, hanno dimostrato a tutti che, se le partite geopolitiche si giocheranno sempre più sulla capacità di governare le emergenze, l’Europa così come è attualmente strutturata difficilmente potrà competere con gli altri attori mondiali.

Mario Draghi ieri, nel corso del vertice Ue, forte del suo curriculum e della sua autorevolezza che ne fanno quasi il leader naturale di questa Europa ora che Angela Merkel è al tramonto, non ha usato mezzi termini e ha messo assertivamente davanti agli occhi di Ursula tutte le contraddizioni e i fallimenti della sua gestione. È bene che la critica sia venuta proprio da lui, cioè da un europeista convinto e non immune nemmeno a volte da accenti eurolirici. In bocca ad altri, l’accusa di “sovranismo” avrebbe forse occultato quelle che sembrano responsabilità oggettive. L’impressione è però che il difetto sia nel manico e che il fallimento dell’Europa fosse inscritto nel Dna di questa Unione. La quale, in verità, di difetti ne ha due: da una parte, la non completa trasparenza e democraticità con cui sono avvenuti nei decenni passati certi trasferimenti di sovranità da parte degli Stati nazionali; dall’altra, la mentalità dirigistica, e direi costruttivistica, e cioè antiliberale, che ha l’élite al potere (soprattutto quella burocratica degli alti funzionari).

Non si tratta pertanto di essere antieuropeisti perché effettivamente tutto porta verso la necessità di una convergenza, pur nelle reciproche differenze (da valorizzare e rispettare), degli Stati europei: sia da un punto di vista valoriale, perché l’eredità del cristianesimo e le libertà liberale accomunano tutti i popoli del continente; sia da un punto di vista pratico, visto che a livello mondiale si confrontano ormai solo grossi player macroregionali. Si tratta piuttosto di combattere l’idea ingegneristico-sociale di costruire l’Europa dall’alto, moltiplicando gli ambiti decisionali e comprimendo le libere energie presenti nel continente. Che poi a ben vedere sono le motivazioni ultime della Brexit.

Chiedere ad alta voce, come Draghi ha fatto, il perché in Gran Bretagna e negli Stati Uniti si possono fare cose che da noi risultano quasi impossibili o comunque difficili, suona come domanda pleonastica e quasi retorica. Almeno fino a quando non si cambia il quadro di riferimento, cioè l’ideologia di fondo che sorregge e anima il progetto.