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Veneziani e la leggenda di Fiore

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Persino il più timido, il più fragile, il più insicuro di noi ha avuto, almeno una volta nella vita, anche se solo per un secondo, la percezione di essere speciale, unico. Questa naturale intuizione tuttavia potrebbe generare disagio e tristezza, qualora si abbia il timore che l’essere fuori dall’ordinario preluda alla solitudine. È una scintilla che, per esplodere in un talento, deve essere alimentata in una corrispondenza costante e onesta, in un continuo scambio tra l’io e la natura, l’io e il tu, l’io e l’io.

Fiore si ascolta e coltiva quella intuizione. Inizia un viaggio di conoscenza lontano dalla sua famiglia, per tessere nuove corrispondenze con luoghi e persone sconosciute, trovare in esse un riflesso di sé e comprendere quindi il mistero della vita.

Fiore è speciale e nel suo nome porta già il suo destino; il fiore è “il simbolo comune a tutte le tradizioni spirituali d’Oriente e Occidente, è il linguaggio divino della natura, la teologia che scende nei campi”. Con questa attitudine naturale all’ “impollinazione”, Fiore usa i suoi sensi per leggere il mondo spirituale che considera il più sensoriale, “si affida infatti alla vista, all’olfatto, all’udito”. Il suo mondo interiore e quello esteriore si trovano in continuità e in ogni giornata riconosce delle tracce, dei segni che gli indicano la via.

Lo scandalo della morte tuttavia lo sconvolge; separarci da chi amiamo è crudele… a meno che la morte non sia la fine di tutto, ma un varco che si apre quando il nostro ciclo è definitivamente compiuto. E non si può giudicare se il tempo datoci sia equo, perché la compiutezza è cucita con sartoriale precisione su ciascun uomo tale da non essere di facile comprensione agli occhi degli altri, “vite brevi a volte sono più compiute di esistenze prolisse”.

Fiore viaggia alla ricerca dei segreti dell’esistenza e si dà in un rapporto puro con l’alterità. “Nulla nasce e accade per caso; ogni fatto, ogni incontro, ogni evento, ha sempre un senso e un destino; e se a volte ci sfugge ora l’uno ora l’altro, è una nostra carenza o distrazione. Viviamo tra simboli, antifone e inspiegabili coincidenze. La vita è un tessuto organico in cui ogni parte corrisponde, è connessa e la missione della vita è scoprire i nessi e compiere il nostro destino. La vita è compito di conoscenza”.

In questa rete di significato, di cui è osservatore attentissimo, Fiore si scopre una particella indispensabile: c’è intelligenza nel creato e quella intelligenza è di Dio, da cui proveniamo e a cui ritorneremo. In questa visione viene abbracciato tutto, non si perde nulla, perché si agisce nel e secondo il Padre; anche la decadenza acquista senso e l’opera dell’uomo diventa un inno alla vita che è ora e a quella che sarà, è una lotta di bellezza in cui l’Intramontabile che è in noi esplode in creazione. “Dio che si fa uomo migliora il mondo e innalza l’umanità, nella bellezza e nella carità. La bellezza si fa pittura, scultura, architettura, si fa colore, sguardo, gloria mundi”.

Fiore cerca la luce a oriente, ma più avanza nella sua indagine e più si riavvicina all’origine, alla sua famiglia, alla sua storia cristiana; non ne comprende fino in fondo tutti i misteri, “ma nessun uomo è superiore a una tradizione”. L’indagine di Fiore si compie dunque in un tragitto circolare in cui ritrova una corrispondenza inaspettata, piena di quella tenerezza di cui ha da sempre una sete infinita.

“C’è un calore di umanità nel cristianesimo che non c’è da nessun’altra parte, in nessuna maestosa metafisica e in nessuna visione spirituale, sapienziale del mondo. La dolcezza del Presepe, lo stupore della Natività, la tenerezza della Madre, l’universo che si fa grotta, la stella che indica la via, la soavità degli angeli, il prodigio dell’Avvento, l’umanità che si fa famiglia, la comunità raccolta in preghiera; nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La santa bellezza del vivere cristiano”.

Unde origo, inde salus.

Fiorenza Cirillo, 27 luglio 2021

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