Nel Mar dei Caraibi cresce la tensione tra Stati Uniti e Venezuela. Quella che inizialmente era stata presentata da Washington come un’operazione contro i narcotrafficanti venezuelani sembra ora evolversi in una crisi con possibili implicazioni internazionali. Negli ultimi giorni, il Pentagono ha condotto diversi raid contro presunte “navi della droga” al largo delle coste venezuelane e colombiane. Gli attacchi, che secondo fonti locali avrebbero causato la morte di almeno 62 persone, sono stati definiti “inaccettabili” dalle Nazioni Unite.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, l’amministrazione statunitense starebbe valutando un’ulteriore escalation, con possibili azioni mirate contro infrastrutture militari in Venezuela. Tra gli obiettivi presi in considerazione figurerebbero porti, aeroporti e basi navali sotto il controllo dell’esercito, utilizzati – secondo Washington – per il traffico di stupefacenti. La portavoce della Casa Bianca, Anna Kelly, ha ribadito la posizione del governo americano: “Il presidente è stato chiaro nel suo messaggio a Maduro: smettete di inviare droga e criminali nel nostro Paese”. Ha poi aggiunto che “il presidente è pronto a usare ogni strumento a disposizione per impedire che la droga invada il nostro Paese”.
Parallelamente, l’amministrazione statunitense avrebbe avviato una campagna diplomatica e mediatica per descrivere il governo venezuelano come un’organizzazione coinvolta nel narcotraffico. “In Venezuela abbiamo un narco-stato gestito da un cartello”, ha dichiarato il segretario di Stato Marco Rubio, figura di primo piano nella linea dura verso Caracas. Il presidente Donald Trump, interpellato dai giornalisti, ha tuttavia negato l’intenzione di attaccare il Venezuela, pur senza escludere ulteriori sviluppi.
Nel frattempo, il presidente Nicolás Maduro avrebbe cercato il sostegno dei suoi alleati internazionali. Secondo il Washington Post, il leader venezuelano ha inviato una lettera a Vladimir Putin per chiedere assistenza contro i raid statunitensi nel Mar dei Caraibi, e avrebbe fatto appello anche alla Cina e all’Iran. In un messaggio indirizzato al presidente Xi Jinping, Maduro ha chiesto una “cooperazione militare più ampia” per contrastare “l’escalation tra Stati Uniti e Venezuela”. Nella stessa comunicazione, il leader venezuelano avrebbe sollecitato Pechino ad accelerare la produzione di sistemi radar, sostenendo che l’offensiva statunitense rappresenta “un’azione contro” la Cina “a causa della loro ideologia comune”.
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Fonti del governo di Caracas riferiscono inoltre che il ministro dei Trasporti Ramón Celestino Velásquez ha coordinato una spedizione di equipaggiamenti militari provenienti dall’Iran, tra cui “apparecchiature di rilevamento passivo”, “dispositivi di intercettazione Gps” e “droni con un raggio d’azione di 1.000 chilometri”. Non è tuttavia noto se Mosca, Pechino o Teheran abbiano risposto formalmente alle richieste di Maduro. La Russia rimane il principale partner strategico del Venezuela. Domenica scorsa un aereo da trasporto russo Ilyushin Il-76, sanzionato dagli Stati Uniti nel 2023 per il suo coinvolgimento in operazioni militari, è atterrato a Caracas dopo aver evitato lo spazio aereo occidentale, secondo i dati di Flightradar24. Solo il giorno precedente Mosca aveva ratificato un nuovo accordo strategico con Caracas.
I due Paesi collaborano su diversi progetti, tra cui una fabbrica di munizioni Kalashnikov inaugurata a luglio nello Stato di Aragua, e la Russia detiene diritti di esplorazione su riserve di gas e petrolio venezuelane per miliardi di dollari. Tuttavia, alcuni osservatori ritengono che il Cremlino possa disporre di risorse limitate e di un interesse ridotto nel sostenere attivamente Maduro, vedendo nella crisi tra Washington e Caracas anche potenziali vantaggi geopolitici indiretti.
Le Forze Armate di Trinidad e Tobago sono state poste in stato di massima allerta. Lo riporta il quotidiano locale Guardian, citando fonti della Difesa del Paese. Secondo quanto riferito, è stato attivato oggi lo “State One Posture”, il livello più alto di allerta militare. Come spiegato dal media, si tratta di “una misura precauzionale per garantire che le Forze di Difesa siano preparate a qualsiasi sviluppo nel contesto della sicurezza regionale”. Le stesse fonti hanno indicato che “ai soldati in servizio attivo è stato ordinato di presentarsi e di radunarsi presso diverse installazioni militari nell’ambito di un briefing su larga scala sulle valutazioni di sicurezza in corso”.
Franco Lodige, 1 novembre 2025
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