in

Vi spiego la politica della felicità

Dimensioni testo

Sono al terzo intervento e mi sono ripromesso di parlare di felicità, ma prima approfitto per rispondere ad un lettore (mai avrei pensato di poter scrivere questa frase… grazie Nicola) che commentando il mio precedente articolo mooolto generosamente o piuttosto in modo ironico, si è chiesto se sarò il Savater italiano? Beh, direi proprio di no, anzi lo escludo purtroppo non ne avrò mai le capacità. Ma quando, e vado a memoria, Savater ci dice che la libertà non è onnipotenza e che il massimo che possiamo ottenere da qualsiasi cosa è la felicità, mi spiana la strada per il lavoro che mi sono ripromesso ovvero coniugare la libertà e la felicità per sviluppare una piattaforma politica incentrata sull’individuo. So di correre grandi rischi, dall’iperbole al ridicolo, ma è il tema centrale che voglio provare ad affrontare.

Nuovo individualismo

Proverò a parlarvi di un nuovo individualismo, rivolto alla qualità della vita ed al raggiungimento delle libertà necessarie a consentire la completa e soddisfacente realizzazione di ciascuno. Voglio parlare di un individuo cosciente del suo diritto alla felicità, di un cittadino responsabile ed autonomo, patriottico e solidale, fiducioso nel progresso della società perché capace di realizzare gli obiettivi che si è ripromesso, confidente nel rispetto delle regole da parte dello Stato ma… molto, molto guardingo. Insomma il contrario di quel servo impaurito e nichilista, sfiduciato nel futuro e nelle sue capacità di coglierne le opportunità a cui alcuni ci vorrebbero ridurre. Perché dobbiamo sempre ricordare che sfruttare le paure ed alimentare la sfiducia nel progresso è uno straordinario strumento di controllo sociale.

Nel mio articolo introduttivo ho proposto di mettere la ricerca della felicità come prima parola d’ordine del nuovo liberalismo. Non la felicità come un moto dell’animo o come il raggiungimento di uno stato di beatitudine, ma come ricerca di una migliore qualità nella vita di ciascuno. Il riferimento è quello della Dichiarazione d’Indipendenza Americana del 1776, ne riporto un passo:

Noi teniamo per certo che queste verità siano di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi vi siano la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità. Che per assicurare questi diritti sono istituiti tra gli uomini i Governi, che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Che quando una qualsiasi Forma di Governo diventa distruttiva di questi fini, è Diritto del popolo di alterarla o di abolirla, e di istituire un nuovo Governo, ponendo il suo fondamento su questi principi e organizzando i suoi poteri in una forma tale che sembri ad esso la più adeguata per garantire la sua sicurezza e la sua felicità.

Insomma i Padri Fondatori della più straordinaria democrazia contemporanea non avevano paura di parlare di felicità, perché i nostri politici dovrebbero aver paura di parlarne? Perché dovremmo averne noi? Il pudore nel parlare della felicità è uno degli aspetti più sorprendenti dell’umanità, quasi come se essere felici fosse un tabù o comunque un sentimento intimo difficile da condividere. Per me è inspiegabile. Proviamo a porre al centro del nostro universo sociale e politico un cittadino capace di perseguire un diritto, quello alla felicità, spesso sottovalutato o rinviato. Proviamo a rendere la felicità raggiungibile nel corso della vita di ciascuno, senza doverla rinviare ad altre epoche o future generazioni, come nell’ottocentesco “sole dell’avvenire”. Proviamo ad affermare enfaticamente che non esiste democrazia possibile se non rivolta a garantire il diritto alla felicità, o, più pacatamente, che la democrazia sia preferibile a qualsiasi altro sistema perché meglio garantisce le libertà necessarie a raggiungere la felicità.

Dalle parole ai fatti

Troviamo gli uomini e le donne capaci di trasformare questo obiettivo in un programma politico (da ottimista sono sicuro che esistano), incarnando una visione che prenda questo basilare diritto alla felicità facendone il perno della loro proposta politica, consapevoli della connessione che esiste tra una migliore qualità della vita e la felicità. Dobbiamo superare la semplice prospettiva di produrre e distribuire ricchezza. Abbiamo bisogno di una politica che non si preoccupi solo della libertà di fare ma che sia in grado di realizzare la libertà di essere. Sono certo che il principio liberale dell’uguaglianza delle opportunità troverà nel diritto alla felicità e nella definizione degli ambiti su cui agire per rendere la felicità una possibilità reale, uno straordinario bacino di idee, proposte ed opportunità politiche.

La salvaguardia dell’ambiente a prescindere dall’ozioso tema del cambiamento climatico, la sanità il più grande traguardo delle democrazie occidentali per la capacità di assistere l’individuo in tutte le fasi della sua esistenza, il lavoro che, libero da una tassazione asfissiante nel suo impeto redistributivo, possa tornare ad essere capace di garantire l’indipendenza economica e, perché no, la ricchezza per ogni cittadino.