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Viadotto Morandi, le cause del crollo. Parla l’esperto

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Oggi sono diventati tutti esperti. Tutti strutturisti, tutti ingegneri, tutti esperti del giorno dopo. Forse è il caso di leggere questa nota Antonio Occhiuzzi, direttore dell’Istituto di tecnologia delle costruzioni del Consiglio nazionale delle ricerche CNR-ITC: chiarisce come responsabilità e interventi siano più complesse di quanto apparso all’indomani della tragedia di Genova.

Il viadotto Morandi, che scavalca il fiume Polcevera alla periferia di Genova, deve il suo nome al geniale progettista/esecutore dell’opera, uno dei nomi che, insieme a Freyssinet (Francia), Leonhardt (Germania) e Maillart (Svizzera), nel XX secolo ha modificato la concezione dei ponti in Europa e nel mondo. Realizzato tra il 1963 al 1967, è un esempio di razionalismo “assoluto”: l’intera, essenziale geometria ripercorre le linee di forza che sono capaci di garantire l’equilibrio dell’opera sotto l’azione del peso proprio e del traffico stradale.

Il viadotto si compone di due tratti di accesso e di uscita e di una parte centrale, quella più caratteristica, formata da 6 tratti, sostenuti a due a due da un pilone centrale dal quale si dipartono gli elementi inclinati denominati “stralli”. Due le particolarità strutturali di questo ponte: gli stralli, che a differenza di quanto avviene per i ponti in acciaio non formano un ventaglio o un’arpa, sono solo una coppia per lato e sono realizzati in calcestruzzo armato precompresso; le modalità di realizzazione dell’impalcato (la parte che sostiene direttamente il piano viabile) in calcestruzzo armato precompresso, secondo un brevetto ideato dallo stesso Morandi.

Le cause del crollo

Il crollo di stamattina, per quanto si può capire assolutamente improvviso, può dipendere da moltissime causa diverse. Preliminarmente, però, è possibile fare qualche considerazione di carattere generale. Gli stralli in calcestruzzo armato precompresso, realizzati anche per altri viadotti analoghi (sul lago di Maracaibo in Venezuela, ma anche in Basilicata, per esempio), hanno mostrato una durabilità relativamente ridotta. E la statica di un ponte di questo tipo dipende fondamentalmente dal comportamento e dallo “stato di salute” degli stralli.
Nel caso in questione, in particolare, una parte degli stralli è stata oggetto di un importante e chiaramente visibile intervento di rinforzo, ma il tratto crollato è un altro. È necessario capire perché, in presenza di elementi che hanno indotto a rinforzare alcuni stralli, non siano state operate le medesime cure sugli altri, gemelli e coevi.

Una lunga serie di crolli

Risulta inoltre che il viadotto Morandi fosse sotto continua e costante osservazione, e non c’è alcun motivo di dubitare che la società concessionaria abbia utilizzato tutte le tecnologie oggi disponibili al riguardo. Il crollo improvviso, quindi, fa dedurre che i sistemi di monitoraggio e sorveglianza adottati non sono ancora sufficientemente evoluti per scongiurare tragedie come quella di stamattina.

A carattere ancor più generale, va ricordato che la sequenza di crolli di infrastrutture stradali italiane sta assumendo, da alcuni anni, un carattere di preoccupante “regolarità”: nel luglio 2014 è crollata una campata del viadotto Petrulla, sulla strada statale 626 tra Ravanusa e Licata (Agrigento), spezzandosi a metà per effetto della crisi del sistema di precompressione; nell’ottobre 2016 è crollato un cavalcavia ad Annone (Lecco) per effetto di un carico eccezionale incompatibile con la resistenza della struttura, che però è risultata molto invecchiata rispetto all’originaria capacità; nel marzo 2017 è crollato un sovrappasso dell’autostrada adriatica, ma per effetto di un evento accidentale durante i lavori di manutenzione; nell’aprile 2017 è crollata una campata della tangenziale di Fossano (Cuneo), spezzandosi a metà in assenza di veicoli in transito e con modalità molto simili a quelle del viadotto Petrulla. Oggi è crollata una parte del viadotto Morandi, che probabilmente comporterà la demolizione completa e la sostituzione dell’opera.

L’elemento in comune alla fenomenologia descritta è l’età (media) delle opere: gran parte delle infrastrutture viarie italiane (i ponti stradali) ha superato i 50 anni di età, che corrispondono alla vita utile associabile alle opere in calcestruzzo armato realizzate con le tecnologie disponibili nel secondo dopoguerra (anni ’50 e ’60).

Costi, ci vorrebbe “piano Marshall”

In pratica, decine di migliaia di ponti in Italia hanno superato, oggi, la durata di vita per la quale sono stati progettati e costruiti, secondo un equilibrio tra costi ed esigenze della ricostruzione nazionale dopo la seconda guerra mondiale e la durabilità delle opere. In moltissimi casi, i costi prevedibili per la manutenzione straordinaria che sarebbe necessaria a questi ponti superano quelli associabili alla demolizione e ricostruzione; quelli ricostruiti, inoltre, sarebbero dimensionati per i carichi dei veicoli attuali, molto maggiori di quelli presenti sulla rete stradale italiana nella metà del secolo scorso.

Il problema ha dimensioni grandissime: il costo di un ponte è pari a circa 2.000 euro/mq; pertanto, ipotizzando una dimensione “media” di 800 mq e un numero di ponti pari a 10.000, le cifre necessarie per l’ammodernamento dei ponti stradali in Italia sarebbero espresse in decine di miliardi di euro. Per evitare tragedie come quella accaduta stamattina sarebbe indispensabile una sorta di “piano Marshall” per le infrastrutture stradali italiane, basato su una sostituzione di gran parte dei ponti italiani con nuove opere caratterizzate da una vita utile di 100 anni. Così come avvenuto negli anni ’50 e ’60, d’altra parte, le ripercussioni positive sull’economia nazionale, ma anche quelle sull’indebitamento, sarebbero significative.

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Adriano Verani
Adriano Verani
29 Gennaio 2019 11:37

Ci sono passato un paio di volte con il taxi su quel famigerato ponte. Mi ha immediatamente colpito l’imponenza dell’opera. Ma mai e poi mai avrei pensato a un crollo . Succede sì, che anche i ponti crollino, ma in genere è una eventualità così bassa da essere trascurabile. Quello che invece mi ha fatto strizza è stata la visione del percorso del ponte sopra innumerevoli case di civile abitazione . Se un TIR con rimorchio, per una qualsiasi ragione ( alta velocità, scoppio di una gomma , punto di sfiga con i guard rail lesionati ) fosse volato giù dal ponte sulle case, quante vittime ci sarebbero state. Ma chi ha dato il permesso a costruzioni del genere ? E parliamo di Genova non del ponte di San Luis Rey !

Italo
Italo
17 Agosto 2018 18:23

Il cedimento delle strutture del ponte dovra essere oggetto di studio degli specialisti. Peró mi domando se durante lo studio del progetto originale e le esperienze maturate durante la manutenzione si é considerata l’azione delle correnti vaganti, Nel passato, ora non ricordo la data, crolló un ponte in cemento armato perché le correnti vaganti avevano corroso le armature. .La SNAM possiede una gran esperienza sull’azione delle correnti vaganti sulle strutture metalliche

Nuccio Viglietti
17 Agosto 2018 12:07

Idolatrata incensata tecnologia…dea infida pronta tradire…anche se stessa. https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/

Orlo
Orlo
17 Agosto 2018 1:38

https://www.linkiesta.it/it/article/2018/08/16/genova-quel-ponte-sbriciolato-e-litalia/39133/

Ciao Nicola
Credo che il Francio Mazza ha trovato le parole e le metafore adatte alla situazione.
Il bello è che tali articoli di giornalisti che denunciano i malaffari e i malgoverni di ogni entità statale,parastatale o privata nn sono “mosce bianche”.
Abbiamo avuto per molti anni una trasmissione come “Report” che di polvere ne ha alzata eppure il sonno nn ci è stato rubato alla fine delle puntate.
Potrebbe essere che una continua serie di “al lupo,al lupo” possa averci resi oltremodo cinici e disillusi,ma credo che ciò che mi ha colpito dell’articolo del Francio Mazza è il richiamo,come in una situazione kafkiana,del rifugiarsi nella commozione e nello struggimento sentimentale brandendo una spranga insanguinata nella mano.
Chiedendo la pelle dell’ultimo rimasto col cerino in mano come catarsi momentanea.

Stefano Armellin
16 Agosto 2018 18:03

GENOVA. IL PONTE CROLLATO :
CAPORETTO CONTINUA

“Ciò che appare eterno, contiene in sé i motivi della sua distruzione”. Proust

Purtroppo non riusciamo come popolo italiano a venirne fuori, l’onda lunga della sconfitta di Caporetto continua a colpire, perché un ponte crolla solo dopo una lunga sequenza di errori e omissioni, non per fatalita’, complice tutta la struttura di comando che ora è pronta a giustificarsi. Tutti colpevoli nessun colpevole.

Molto simile alla tragedia del Vajont quella del Morandi, anche se in quel caso la diga costruita perfettamente è ancora in piedi. Come a Caporetto tutti sapevano. Badoglio era pronto a dare l’ordine del fuoco ai suoi ottocento cannoni, ma i colpi nemici avevano interrotto le comunicazioni e Badoglio senza il telefono e sotto la pioggia, non è stato in grado di ordinare il fuoco, un imprevisto che costò agli italiani 40 mila morti nel novembre del 1917. Oggi, nell’estate del 2018 la tragedia si rinnova con meno morti ma con un danno logistico che va ad impattare su tutta Europa.

No comment sulle dichiarazioni post evento dei ministri gillini.

“Che il mondo sia uscito dai cardini si rivela dappertutto nel fatto che, comunque si agisca si sbaglia”. T. Adorno 1953