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Vilipendio del presidente: un reato da cancellare

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di Paolo Becchi e Giuseppe Palma

La Procura di Roma ha avviato una indagine per “offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica” nei confronti di undici persone, che ieri mattina ha, tra l’altro, portato all’esecuzione di un decreto di perquisizione con sequestro di computer e smartphone delle persone sottoposte ad indagine. L’inchiesta verte su fatti accaduti dall’aprile 2020 al febbraio 2021, in particolare a quanto sembrerebbe sulla piattaforma social russa VKontakte, simile a Facebook.

L’inchiesta si inserisce in una situazione inquietante: non bastavano limitazioni di ogni genere alle libertà individuali dovute all’emergenza sanitaria, occorreva anche intervenire sulla libertà di pensiero. E lo si è fatto “riabilitando” l’art. 278 del codice penale, che sta all’origine della indagine in corso. L’articolo recita: “Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni”. Il reato fu introdotto nel codice fascista del 1930, il cosiddetto “codice Rocco” ancora oggi in vigore, nei confronti della persona del Re. L’articolo fu poi modificato a seguito del mutamento della forma di stato da monarchica a repubblicana con l’art. 2 della legge n. 1317 dell’11 novembre 1947, che sostituì il Re col Presidente della Repubblica. Nel 1944 furono abrogati l’art. 281 c.p. (“offesa alla libertà del capo del governo”) e l’art. 282 c.p. (“offesa all’onore del capo del governo”), mentre è rimasta in vigore la fattispecie criminosa del vilipendio nei confronti del Capo dello Stato.

Una fattispecie da sempre controversa

Sin dai primi anni della Repubblica l’art. 278 c.p. destò non poche perplessità. Con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana viene infatti tutelata la libera espressione e manifestazione del pensiero, con la stampa o con ogni altro mezzo di diffusione (art. 21). Non sorprende che nel corso della Prima Repubblica non esistano casi eclatanti di procure che abbiano indagato cittadini, noti o meno noti, per vilipendio nei confronti del Capo dello Stato. Nemmeno nel 1978, quando Camilla Cederna scrisse il libro Giovanni Leone: la carriera di un Presidente che portò Leone a rassegnare le dimissioni per lo scandalo Lockheed: Francesco Paolo Bonifacio, ministro della giustizia del quarto governo Andreotti, si rifiutò infatti di firmare la necessaria autorizzazione a procedere di cui all’art. 313 c.p. contro la giornalista per vilipendio al Capo dello Stato. Furono i figli del Presidente a querelarla. La Cederna perse in tutti i gradi di giudizio, ma non per vilipendio nei confronti del Capo dello Stato bensì per diffamazione. E che dire di quella volta che nel 1964 Giuseppe Saragat minacciò di persona il Presidente Antonio Segni sul caso De Lorenzo? «Basta con queste prepotenze. So tutto del 14 luglio. C’è abbastanza per mandarti dinanzi all’Alta Corte!». Qualcuno affermò che Saragat tentò persino di mettergli le mani addosso, ma forse è leggenda. Fatto sta che nessuno fu accusato di vilipendio e Antonio Segni si dimise nel dicembre di quello stesso anno.

Magistratura solerte con i blogger, meno con Speranza

Quando la politica era “forte” e rispettata le procure inseguivano i criminali, non chi criticava – anche aspramente – il Capo dello Stato. Ai giorni nostri, con la politica “debole” e in parte contigua ad una fazione della magistratura politicizzata, molti sono i cittadini che si sono visti sottoporre ad indagine per vilipendio nei confronti del Presidente della Repubblica. Ultimamente, per i fatti del maggio 2018 in merito al veto che il Presidente Mattarella mise su Paolo Savona quale ministro dell’economia indicato da Salvini e Di Maio, la Procura di Palermo ha aperto un fascicolo contro 39 persone, alle quali si aggiungono 9 indagati per gli stessi fatti da parte della Procura di Roma, più gli 11 di ieri (sempre Procura di Roma) per fatti successivi. Negli anni passati – tanto per citare un esempio – è finito sotto processo Francesco Storace, all’epoca dei fatti senatore della Repubblica, per aver dato dell’“indegno” a Giorgio Napolitano, ma fu assolto in grado di appello. Insomma, dal 1992 in avanti abbiamo sempre avuto Presidenti della Repubblica espressione del centrosinistra e dunque la magistratura amica li ha difesi da ogni critica con la leva penale del vilipendio. Contro le critiche aspre e talvolta molto forti che Achille Occhetto (segretario del Pci-Pds) rivolse nei confronti del Presidente Cossiga la magistratura invece non alzò un dito.

Fatto sta che la magistratura è tanto solerte contro chi scrive sui social per criticare Mattarella quanto assente, se non addirittura nascosta, nei confronti del Ministro della Salute Roberto Speranza per le plurime responsabilità che questo ha avuto dal febbraio 2020 ad oggi durante l’emergenza Covid. Le vicende sono note, ci sono già alcune denunce/querele e fiumi di inchiostro, tra cui anche diversi nostri articoli. Evidentemente l’obbligatorietà dell’azione penale non vale per Speranza. Nei confronti di coloro che scrivono contro Mattarella gli inquirenti hanno dovuto addirittura indagare per mesi, individuando commenti nascosti sui social che si presumono offensivi, mentre sui fatti inerenti alla gestione della pandemia, in gran parte sotto gli occhi di tutti, nessuno si muove.