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La Ripartenza 2022

Vittorio Sgarbi, l’esteta che eccede se stesso (e che tutto manda affan****)

vittorio sgarbi

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Raffaello continua a raccontarci la sua grandezza e io guardo Vittorio Sgarbi che lo spiega, alla Ripartenza di Nicola Porro, e vedo un uomo anziano, affaticato, indomito, smembrato nelle sue scissioni. Pochi possono dire di conoscere davvero Sgarbi, uno che si dà a tutti, schiavo del cupio dissolvi che è dei borderline, delle rockstar, ma che a differenza loro sa benissimo cosa fa e perché lo fa.

Sì, io guardo Sgarbi parlare con un ramo secco in mano che diventa la bacchetta di un direttore d’orchestra di immagini, e vedo la scissione in tutta la sua potenza. Tutta quella vita, senza fermarsi mai, le interviste alle due di mattina che poi a volte diventano le quattro (povero Alessandro Rico) i musei, le pinacoteche fatte aprire d’imperio a qualunque momento della notte, per sfuggire alla notte, che si ripresenta in forma di alba. E allora che ne è di tutto quel riempire ogni attimo, di tutto? Sgarbi eccede se stesso, è o è stato uomo carnale, avvitato ai vizi, alle lusinghe della carne, ma si è votato alla impalpabilità dell’arte, del dipinto, della immagine che trasuda carne inafferrabile, carne che non c’è. È uomo del mondo, in guerra col mondo, un vitalista perennemente sedotto dalla bellezza in tutti i suoi arcani pericoli, e questo ha a che fare con l’esteta, col critico, ma, da politico, deve misurarsi con l’orrido del tempo, con lo squallore dello zeitgeist. Lui risolve arruffando, riempiendo tutto di tutto e tutto mandando affanculo e per tutto struggendosi.

"Raffaello, dio mortale". La lezione di Vittorio Sgarbi

È laico fino alla blasfemia raffinata, una puttana che conosce i bassifondi come le strade che portano al cielo, si direbbe inseguito dall’ombra di Dio, che lo strattona, lo bastona. Lo perseguita e lo punisce. Forse nei rari momenti dove il cupio dissolvi non riesce a arrivare, momenti che solo Dio sceglie. E Dio non parla, e dunque non gli sfuggi, solo con la tradizione dei Padri, con le parabole dei Vangeli, con la logica che confonde gli uomini e la lascia sospesi a chiedersi se sia la casualità o l’essenza dell’Assoluto che gioca a dadi con noi, che gioca con noi come pupazzi di pezza che ogni tanto gli si rompono in mano, Dio ci parla con i dipinti di quelli nei quali si trasfonde, con le visioni di Raffaello che sono fotografie di miracoli, osserva, uomo finito e infedele, uomo di poca fede, vedi, è andata proprio così.

Dopodiché Dio prende un gaudente laico ateo spirituale avido nobile scisso e lo manda a spiegare quello che i normali non possono capire. Sgarbi questo lo sa, accetta la sua missione. Ma come fa a non consumarsi di brividi di terrore ogni volta che riscopre, vibrando della sua sensibilità malata, una di quelle diapositive dal cielo? Come fa a non fare i conti col Dio che giudica e manda e prima o dopo si occupa anche di uno come lui, che ha avuto in sorte di esistere fuori da ogni cautela?
Sgarbi inveisce, sputa sulle brutture di un Paese che tutti dicono condannato, sepolto dalla sua merda, ma il Paese lo frequenta come nessuno, ogni piazza un’occasione, ogni municipio una avventura, sia brancaleonesca o omerica, e sa che il Paese fogna rigurgita di bellezza, dove rovinata, violentata, immeritata, ma la bellezza resiste, seppellisce gli uomini e dura, seppellisce anche la loro merda.

Ed eccolo adesso, sul palco del Petruzzelli, volare pindarico ed esatto sulle correnti di Raffaello, il bimbo prodigio urbinate, le cui visioni divine continueranno a perseguitarci fino alla resa dei conti con un Dio che tutto si permette, di farti suo strumento lasciandoti credere di poter fare a meno di Lui. E lì capisci che Vittorio Sgarbi è necessario come lo è un martire, per dire uno che sa la sua missione e ha accettato di onorarla oltre le malattie, i cortocircuiti, il disfacimento dell’umana carne che si logora del suo cupio dissolvi.

E chi lo sa se in quelle albe che si portano appresso la notte riesce a mettere ordine in tutto quel gran casino che lui è. Un furibondo generoso, che a Porro, alla Ripartenza regala una lectio magistralis davvero e non vorrebbe ancora finirla, non smetterebbe più ma ci sono gli altri numeri, c’è la politica delle cose terrene, c’è la transizione ecologica che è lunare distopia, ma il teatro è pieno solo di lui e per lui. Che non si nega mai a nessuno, ore a subire i selfie e le bestialità di chi sbaglia i nomi dei divini artisti. Lui rabbrividisce ma non dice niente. “Come fai” gli chiedo “ad avere tanta pazienza, ad essere così disponibile?”. “Perché sono di carattere buono. Se mi rompi il cazzo ti massacro, ma se vuoi solo un attimo di me io ci sto, io ti do tutto”.

Max Del Papa, 18 luglio 2022