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Zingaretti e la tragedia di un Pd ridicolo

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Quando si dice la forza del destino, cinico e baro; qualcuno poi lo chiama karma. Al povero Zinga non ne casca dritta una: i naufraghi dell’Isola dei Famosi sono appena partiti, se no poteva aggiungersi. La sua Dolores Ibàrruri, Barbarella d’Urso, ha perso il prime time, se no poteva farci l’opinionista. E adesso, pover’uomo? Ma sì, diamogli Roma, mandiamolo a fare il sindaco tra i cinghiali, si saranno detti al Politburo. Il Politburo non molla mai davvero i suoi apparatchik. Ma il Politburo è pure carogna, ha lasciato a Fiorello licenza di percularlo.

Povero Zinga, anche Sanremo lo rigetta. Lui che, nel cannarle tutte, ha dimostrato una coerenza più granitica della cortina di ferro. Se c’è da fidarsi del consigliori infido, lui subito gli si consegna mani, piedi e testa pelata: e Goffredo, finisce che gli fa scarpe, barba e capelli. Se c’è da spalmarsi sul Conte del Grillo, lui pronto: e Beppi gli suca via clienti, alias elettori, per conto di Beppe. Se c’è da riconvertisi a Draghi, lui non ci pensa un attimo: e Draghi parte di Dpcm, di chiusure integrali, il Pd non poggia palla sulle poltrone & sofà che contano, al Senato conta come un centro sociale e già il partito è costretto, felpatamente, a smarcarsi. E chi rimane col cerino in mano? Lui, il Segretario, legittimo erede di una schiatta di poveretti che partono da Natta e arrivano a lui stesso: “omarini” li definiva Montanelli, ma Zinga è diventato un umarell.

Intanto che cerca cantieri dove affacciarsi, egli tuona: “Basta! Mi vergogno di un partito che pensa solo alle poltrone!”. Va beh: e la notizia, scusa, dove sarebbe? A proposito di poltrone, il PD in pieno marasma senile non sa dove raccattare le natiche giuste: questo significa che la curva dei contagi sale, le varianti non perdonano e il lockdown andrà protratto almeno fino a ottobre, giusto in tempo per le elezioni rimandate: a Torino Zing Zing ha escogitato pure il calciatore Marchisio, un buon metodo, altrove si potrebbe tentare con tronisti, corteggiatori, personaggi noti random: come cambio di passo, è davvero uno spasso.

Povero Zinga, questo uomo senza qualità che piglia schiaffi sulla pelata da tutti, dall’entrismo e dal renzismo: voleva andare a elezioni anticipate, poi si è fidato: o Conte o morte, ha scelto Conte e ha avuto la morte. Irrideva il virus, “due contagiati, due, capito?” piluccando stuzzichini solidali, quando si dice lo stato sociale ai Navigli; scolpiva massime sovietiche, “l’unico virus è il razzismo” ed è stato il primo politico a beccarselo, proprio lui, antirazzista allo Spritz. Indi per cui si è riconvertito al riformismo sanitario e adesso la mascherina non la smette neanche sotto la doccia. Però gli scoppia tra le mani il puttanaio di 5 milioni di mascherine equivoche, farlocche e pure malsane, e ancora gli va bene che le inchieste non lo lambiscono: è un puro, un ingenuo, come fai a non fidarti di una faccia così. Conciona di parità di genere, di quote rosa, però deve pagare pedaggio ai mammasantissima del Politburo che son tutti maschi, fino a prova contraria, e cerca di salvarsi in corner con le sottosegretarie; ma la sua tensione rosa si ferma a Barbarella, indi attacca turilla con Concita de Gregorio e ne esce pesto anche con quella.

Povero Zinga, alla fine la sua unica colpa è – era – quella di guidare un partito strampalato come il Festival di Sanremo: forse gli ci vorrebbero i quadri umani di Achille Lauro, dal realismo socialista al glam di raccatto. Meno lucido di Catarella, il fratello di Montalbano ha fatto quel che poteva: e già era poco di suo, poi con un partito di ambiziosi, di pattinatori elettrici, di mozzi di Carola, di litigiosi da bar… Parafrasando Marx (Groucho, l’unico adatto al caso), Zinga sembra politicamente un [metti l’epiteto], ma non lasciatevi ingannare: lo è davvero. Non c’è grandezza in questo tramonto, anche se il Corriere dedica 4 paginate di agiografia al segretario defenestrato (sì, d’accordo, le dimissioni le ha proposte lui, certo, certo…). Il Pd, partito di gotta e di sgoverno, lo ha rimosso come un calcolo sbagliato, ma col prossimo non sarà meglio, lì dentro non c’è più niente da salvare, niente che si tenga insieme.