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A babbo morto si sveglia pure Draghi: “La favola dell’auto elettrica è finita”

La realtà supera la fantasia dei talebani verdi: Ford taglia mille posti di lavoro in Germania

Mario Draghi auto elettriche
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E alla fine anche Mario Draghi, quello che di solito parla poco e pesa ogni parola come fosse oro, stronca la strategia Ue sulle auto elettriche. Con il solito aplomb da tecnocrate, è salito sul palco a Bruxelles, accanto a Ursula von der Leyen, e ha fatto quello che in Europa e in Italia nessuno osa fare: ha smontato pezzo per pezzo la narrazione zuccherosa sulla transizione elettrica dell’automotive. Parole nette, pesanti come pietre. “Gli obiettivi posti dall’Unione europea sulla transizione verso l’auto elettrica si basano su presupposti che non sono più validi”. Fine del film.

Draghi è intervenuto alla conferenza della Commissione europea per commentare il primo anno del suo report sulla competitività. E ha colto l’occasione per dire – con educazione, certo – che l’imperativo green imposto da Bruxelles è un fallimento annunciato. Il divieto di vendere auto a benzina e diesel dal 2035? Un colpo di genio… se vivessimo su Marte. Qui sulla Terra, e in particolare in Europa, la realtà è molto diversa da quella dei fogli Excel della Commissione. Quella data – il famigerato 2035 – “era stata concepita per innescare un circolo virtuoso”, ha spiegato l’ex premier: infrastrutture di ricarica a tappeto, boom di investimenti, modelli elettrici finalmente abbordabili. E invece? “Ma ciò non è avvenuto”. Appunto. Quello che doveva essere un nuovo Rinascimento industriale si sta rivelando una Caporetto.

Nel 2024, mentre i burocrati green brindavano ai loro obiettivi climatici, l’industria dell’auto andava a gambe all’aria: stabilimenti chiusi, operai licenziati a migliaia, filiere interrotte. E Draghi ha fatto i conti in tasca al sogno elettrico: per non deragliare, “l’installazione dei punti di ricarica deve accelerare di tre o quattro volte nei prossimi cinque anni”. Oggi, siamo fermi al palo. Le colonnine scarseggiano, i modelli restano troppo cari, e la supremazia tecnologica? In mano ai cinesi.

Per uno che fino a poco tempo fa difendeva il Green Deal come strumento per rilanciare la competitività europea, è un bel cambio di passo. Ma almeno Draghi, a differenza di certi ideologi del green a ogni costo, guarda i numeri, non le bandierine arcobaleno. E ha messo in chiaro che è ora di ripensare molte cose: “La prossima revisione del regolamento sulle emissioni di CO2 dovrebbe seguire un approccio tecnologicamente neutrale”. Tradotto: smettetela di dire che solo l’elettrico è il futuro, e cominciate a guardare anche ad altre soluzioni. Perché oggi, chi produce auto in Europa, lotta con un sistema normativo schizofrenico e infrastrutture degne del Terzo Mondo. Draghi chiede un approccio “integrato” – parola sua – che tenga conto di tutta la filiera, delle infrastrutture, dei rifornimenti e persino dei carburanti alternativi. Roba da far impallidire gli attivisti climatici.

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Ma se Draghi suona il campanello d’allarme, Ursula von der Leyen non ci sente. Nel suo discorso sullo stato dell’Unione, ha ribadito il mantra: “Il futuro è l’elettrico. E l’Europa deve far parte di questo futuro”. Peccato che la realtà dica altro: la gente non compra le auto elettriche, i costruttori arrancano, e perfino i governi iniziano a smarcarsi dal diktat ecologista. E la realtà zittisce le teorie dei talebani verdi.

Altro giro, altro taglio. Ford ha annunciato che manderà a casa fino a 1.000 lavoratori nel suo stabilimento di Colonia, in Germania. La ragione? Sempre la stessa litania: le auto elettriche non le vuole nessuno. La realtà – quella vera, fatta di imprese, fabbriche e conti che non tornano – ci racconta una storia molto diversa da quella narrata dai soliti noti. E la storia è questa: la domanda di auto elettriche in Europa è un disastro. “La domanda di veicoli elettrici in Europa rimane significativamente al di sotto delle previsioni del settore”, ha ammesso candidamente Ford.

E così, dal gennaio 2026, lo stabilimento tedesco lavorerà un solo turno al giorno. Tradotto: meno produzione, meno operai, meno futuro. Il resto lo faranno i famosi “licenziamenti volontari”, la formula elegante con cui le multinazionali dicono: o te ne vai, o te ne vai. I nuovi tagli si aggiungono ai 2.900 esuberi già messi nero su bianco nei mesi scorsi in Germania, parte di un maxi piano di riduzione dei costi che riguarda tutta l’Europa. Altro che rivoluzione green: qui si taglia, si chiude e si manda a casa la gente. I sindacati – in questo caso IG Metall – avevano provato a tenere la posizione. Scioperi, trattative, un accordo strappato a luglio che ha promesso garanzie occupazionali per oltre 10.000 lavoratori fino al 2032. Ma oggi, quella carta pesa un po’ meno: perché se la produzione rallenta, i numeri non si reggono più.

Ford, peraltro, ci aveva creduto. Ha investito 2 miliardi di dollari (sì, miliardi) per trasformare la storica fabbrica di Colonia in un hub per la produzione di veicoli elettrici. Tutto bello, tutto green. Peccato che il mercato non abbia risposto: auto elettriche troppo care, pochi incentivi, e – soprattutto – una rete di ricarica ridicola. Altro che “mobilità del futuro”. Oggi, le auto a batteria rappresentano solo il 15% delle vendite in Europa. E no, non basta per tenere in piedi intere fabbriche o per giustificare investimenti miliardari.

Franco Lodige, 16 settembre 2025

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