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Abbiamo tutti bisogno di un padre e di un maestro

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Non so se capiti solo a me, ma arrivo a dicembre stanchissima. Lo spirito natalizio lo ingerisco con il multivitaminico delle 7 poco prima del caffè. Pare che tutto si esaurisca entro l’anno, me compresa. L’autorefenzialità mi fa sbandare e mi inaridisce. Avrei bisogno di specchiarmi in un’umanità grande, un maestro, per spalancare i miei spazi all’inedito e rinascere. Ho nostalgia di tutte le volte che ho vissuto questa esperienza, perché in quelle occasioni ho percepito un amore autentico su di me e ho provato una speranza sconfinata nella bellezza dell’esistenza.

Nel mio cammino ho incontrato persone così, capaci di un amore generante, che hanno acceso la mia vita interiore, un universo in grado di specchiarsi nell’interiorità degli altri. In primis mio padre, mia madre e poi educatori, professori, amici saggi. In questa dimensione i rapporti sono diventati liberi, creativi e autentici. Tutte queste persone io le considero “padri”. E padri non si nasce, si diventa, prendendosi responsabilmente cura di un figlio, proprio o altrui, e avendo intimamente a cuore il suo destino, la sua felicità.

È un amore fertile che si trasmette e che viene emanato a sua volta da chi lo riceve. Ma non è uno sforzo volontaristico, è un dono del Cielo, una grazia sostenuta dalla coscienza di essere figli di un padre più grande a cui potersi davvero affidare. Molti su questa terra possiedono questo tesoro e lo donano nelle azioni quotidiane, offrendo a chi incontrano un amore che rende rigogliosi e fa sbocciare. Perché un padre è tale quando, rispettandone la libertà, aiuta il figlio a rivelare i suoi talenti nascosti.

Pensiamo a San Giuseppe, il papà per eccellenza, e a tutti coloro che, come il santo, donano la loro paternità con una gratuità semplice e innata, quotidiana. Quanto abbiamo bisogno di tutto questo! È una necessità urgente nella nostra società, soprattutto tra i giovani. “Ai miei ragazzi, di ieri e di oggi […] A tutti credo di aver dato tutto quello che ho potuto, ma credo anche di aver ricevuto molto di più, molto di più […] ho imparato qualcosa da ciascuno di voi, e da tutti la gioia di vivere, la vitalità, il dinamismo, l’entusiasmo, la voglia di lottare […] Vorrei che sapeste che una delle mie felicità consiste nel sentirmi ricordato; una delle mie gioie è sapervi affermati nella vita”.

Abbiamo bisogno di educatori così, dal volto umano, che ci diano le coordinate, un criterio per affrontare la realtà come padri amorevoli, il prof. Pietro Carmina di Ravanusa lo è stato e per questo ha generato una bellezza nei suoi studenti che non morirà.

Fiorenza Cirillo, 30 dicembre 2021