Politica

Adesso Meloni guarda ai “grandi vecchi”

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De Rita, Cassese, Ruini, Dini: c’è la politica che si specchia e quella che costruisce. Non è restaurazione, è visione. La politica non può vivere soltanto di entusiasmo: ha bisogno di contenuti, di radici, di spessore. La corsa di Giorgia Meloni continua a mostrare energia, determinazione e racconta una bella storia di riscatto politico. Ma resta una narrazione troppo personale: senza l’innesto nella profondità culturale e politica di chi ha attraversato tempeste e sconfitte, rischia di restare monologo. Per diventare storia, ha bisogno di un coro che l’accompagni. E quel coro non può essere composto solo da fedelissimi: servono nuove intelligenze, visioni diverse, competenze capaci di allargare il campo oltre i confini della lealtà. Solo così la sua straordinaria forza personale può trasformarsi in progetto collettivo.

Mai come oggi, in tempi di slogan effimeri, la lezione dei “grandi vecchi”, da Cassese a De Rita, da Ruini a Dini, da Prodi ad Amato non è solo un ricordo nostalgico, traccia ancora il futuro. Nelle loro parole c’è una grammatica semplice: contano i legami, le filiere, le reti reali. Ed è da qui che l’Italia, se vuole, può rendersi interlocutore credibile e custode di un efficace diplomazia internazionale, nonostante i limiti di una politica ridotta a marketing come quella attuale. Il paradosso è che la politica, oggi, si consuma nello spazio veloce di un tweet, mentre i ragionamenti più concreti e lungimiranti arrivano da chi non è più in campo. Tra i laici rigorosi, Giuliano Amato pianta un chiodo: giustizia sociale e conti in ordine non sono nemici, sono la stessa cosa; l’equità senza coperture è un inganno che presenterà il conto ai giovani. Ma quel chiodo, da solo, non regge il muro.

Ecco allora Giuseppe De Rita, tra i cattolici illuminati, a ricordare che senza ceti medi produttivi e senza filiere territoriali, ogni promessa diventa retorica. De Rita fa parlare il Paese profondo: non il grafico, ma l’officina; non la conferenza stampa, ma il distretto che fatica e costruisce. Questo dialogo implicito continua: Giuliano Amato chiede verità di bilancio, Giuseppe De Rita risponde con la sostanza sociale che regge quei numeri. In controluce si aggiunge Crosetto, tra i pochi della nuova guardia che si interroga con grande onestà intellettuale,  che ricorda come difesa, industria e deterrenza rappresentino la solida robustezza di una sovranità che, altrimenti, resta lettera morta. La formula è chiara: niente giustizia senza conti, niente conti senza produzione, niente produzione senza una strategia industriale che non si esaurisca in bonus e mancette.

Sullo stesso registro della concretezza, Dini e Cassese tolgono il velo alla malattia italiana: riforme annunciate mai eseguite, tempi che si dilatano, responsabilità che si dissolvono, istituzioni trattate come scenografie. Dini, testimone di come non è la durata a caratterizzare i governi ma i risultati, richiama i cronometri: senza esecuzione, la riforma è carta bagnata. Cassese avverte: le istituzioni sono architetture fragili, o si difendono ogni giorno o crollano. E qui torna De Rita, perché istituzioni solide e ceti medi vivi sono sulla stessa barricata: senza apparati che funzionano e senza corpi intermedi, il Paese scivola nel regime della rendita e dei clienti.

Sul versante culturale, i cattolici illuminati intrecciano il quadro. Il cardinal Camillo Ruini, stratega della Chiesa italiana, ricorda che senza etica condivisa la politica si riduce a contabilità: si sommano interessi, si perde il bene comune. Prodi sposta lo sguardo sull’Europa: non basta un mercato, serve una comunità di destino; nessuna politica estera regge senza una bussola morale. De Rita traduce: l’etica non si predica, si costruisce nel lavoro serio di uomini e donne che fanno l’Italia reale. Anche la Chiesa, nel suo tempo migliore, ha parlato questa lingua di profondità. Giovanni Paolo II, nel 1979, gridò “Non abbiate paura”: non fu solo spiritualità, fu politica che incrinò un impero. Libertà non è un vuoto, è radice e memoria. Benedetto XVI, a Regensburg nel 2006, ricordò che la fede senza la ragione diventa fanatismo, la ragione senza la verità si sterilizza in calcolo: un monito per un’Europa che, perdendo il suo fondamento originario, perde anche la forza di parlare al mondo. Ruini e Prodi trovano lì, in filigrana, la loro stessa grammatica; De Rita la traduce nel lessico delle comunità che tengono viva la coesione sociale.

La misura del tempo viene da Draghi: poche cose, fatte bene, metodo prima degli aggettivi. È il metronomo che impedisce alla politica di smarrirsi. Dentro questa cornice si capisce meglio anche Crosetto che con disarmante schiettezza afferma: la sovranità non si proclama, si costruisce con catene del valore, tecnologia, capacità militare. Ancora De Rita: senza una fonderia sociale che alimenti talenti e mestieri, l’industria resta un guscio vuoto. L’ironia feroce di Rino Formica funziona come cartina di tornasole: “Trump è un solista reazionario che non vuole alleati, ma solo clienti”. Non è solo un ritratto, è la diagnosi di un mondo dove chi non ha una propria testa diventa cliente. Qui Goffredo Bettini, instancabile visionario del centrosinistra, trova sponda: senza autonomia europea e senza il Mediterraneo al centro della strategia, l’Italia resterà subalterna. Ancora una volta, Amato e De Rita tornano a suggellare: autonomia non è slogan, è bilancio sano, più filiere vive.

E infine Liliana Segre, che riporta tutto a casa: la democrazia non si difende con dichiarazioni, ma con memoria e vigilanza quotidiana. È la pietra d’angolo su cui poggiano tutte le altre voci: senza memoria, gli errori si ripetono; senza vigilanza, le regole si smarriscono; senza coesione, ci si frantuma in tribù. Perché siamo arrivati qui? Perché è crollata l’impalcatura della politica. Le grandi culture – conservatori, socialisti, cattolici democratici, liberali – sono evaporate. I partiti, che erano scuole di classe dirigente, si sono ridotti a comitati elettorali per leader fugaci. Gli uffici studi sono diventati uffici stampa. La gavetta nei municipi è stata sostituita dalla ribalta televisiva. È sparita la filiera che produceva linguaggio e progetto.

Il risultato è una classe dirigente fragile, improvvisata, che ha studiato poco e letto ancora di meno, confonde consenso e responsabilità, marketing e governo. Il Parlamento che si autodistrugge a colpi di fiducia ridotto a talk show, le riforme pasticciate e confuse ad annunci, la politica industriale a catalogo di bonus. Qui tornano i triumviri Amato–De Rita–Dini: verità dei conti, spina dorsale sociale, esecuzione certa. Senza questo triangolo, tutto il resto è scena. E noia, come direbbe qualcuno.

Luigi Bisignani per Il Tempo 7 settembre 2025

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