Società

Agonia europea

Economia schiacciata tra regole, burocrazie e improvvidi statalismi erodono la fiducia nel nostro avvenire. Leone XIV è la risposta?

papa Leone XIV (1) Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Le periferie hanno obliterato il centro. Mentre sono stati celebrati i risultati – relativi – del cristianesimo nel Sud globale durante e al termine del pontificato di Francesco, si è taciuto sull’emorragia europea. Quasi mezzo milione di cattolici in meno nel Vecchio Continente (Agenzia Fides, 2022) e praticanti italiani dimezzati in vent’anni, dal 36,4% al 18,8% (ISTAT, 2022). Del resto è un processo avviato già in tempi remoti e sarebbe un errore ascriverne l’intera responsabilità al defunto Papa argentino.

È una lenta agonia che comunque non può essere occultata dal fascino di un cristianesimo esotico e remoto: una situazione tragica se, come scriveva Romano Guardini, la secolarizzazione lascia l’uomo senza uno «spirito appagato di significato» (La fine dell’epoca moderna, 1950).

Intanto, Leone XIV, primo papa nordamericano, ha parlato da subito e con franchezza delle fragilità interne alla nostra parte di mondo: della fede vissuta come abitudine vuota, che si traduce in un ateismo di fatto da parte di molti battezzati; e della crisi di superficialità, instabilità affettiva e relativismo valoriale che affligge le giovani generazioni.

Nel 1799, Novalis annotava: Cristianità, ovvero l’Europa. Oggi, quello che era il cuore rischia di svilirsi, pur rimanendo l’epicentro teologico per ben oltre un miliardo di fedeli. Con acume, Leone XIV ha toccato più di un nervo scoperto.

Gómez Dávila, d’altronde, aveva previsto che «l’Occidente morirà quando l’ultima presenza della Grecia cesserà di esistere in un’anima cristiana». E Spengler, un secolo fa circa, parlava del Tramonto dell’Occidente non già nei termini di un evento puntuale, ma in guisa di un esaurimento di civiltà. Analogamente, qualche anno dopo, il pensatore rumeno Emil Cioran avrebbe parlato di “stanchezza”.

Ma Occidente ed Europa sono la stessa cosa? Coincidono? Si sovrappongono? Oppure ci sono differenze profonde che rendono irriducibile l’uno all’altra, sebbene ravvicinati da una qualche somiglianza di famiglia?

Rémi Brague, professore emerito all’Università di Parigi 1 (Panthéon-Sorbonne), distingue tra Europa e Occidente: la prima guarda a ciò che l’ha preceduta e si carica di un’eredità; il secondo si crede origine di sé stesso. Eppure, senza l’altra, si scoprirebbe immediatamente vuoto. Questa, apparentemente piccola, distinzione ci permette di uscire dal circolo vizioso per cui, alla luce degli sconvolgimenti in atto e di quelli imminenti, non rimarrebbe niente da difendere se non se stessi.

Al di là del tetro gigantismo burocratico e regolatorio dell’Unione Europea, della tendenza dei tecnomiliardari ad associarsi al potere politico fino a diventarne deep state o del fanatismo democratico che si pretende indiscutibile fino alla soglia del totalitarismo, rimane ancora qualcosa da salvaguardare prima che la deriva della storia trascini il terreno sotto i nostri piedi verso il fondo.

Ecco allora che tocca guardare all’eredità di cui deve farsi carico il nostro piccolo continente: Atene e Gerusalemme, corpo e trascendenza, ossia ciò che – in sintesi – Brague chiama il “modello romano”, incarnato in una forma che assume e trasmette, civiltà per adozione e non per origine, capace di integrare ciò che la precede senza dissolverlo. Ed è proprio questa vocazione ereditiva a rendere l’Europa profondamente diversa dal mito autocentrato dell’Occidente.

E questa è la radice il cui peso l’Europa deve assumere su di sé, e che la colloca in una posizione concentrica all’interno del consesso occidentale.

D’altra parte, ci sono fattori esogeni ed endogeni che testimoniano duramente la gravità della situazione. La pressione migratoria, che erode coesione sociale e stabilità (380.000 migranti irregolari nel solo 2023, secondo i dati del Parlamento Europeo), ma anche l’ideologia woke, autentica “stanchezza” di Spengler e Cioran depositata nelle mani di adolescenti al primo anno di università.

Come direbbe Hadjadj, questa è la “guerra che l’Occidente muove a se stesso”, nel turbinio di un processo declinante di autoliquidazione.

Coesione minata, economia schiacciata tra regole, burocrazie e improvvidi statalismi assorbiti nella macchina union-europeista, erodono la fiducia nel nostro avvenire. E la natalità, infine, si attesta al minimo storico: 1,2 figli per donna in Italia (ISTAT, 2023).

Di nuovo, smarrimento, incertezza, perdita della trascendente.

Nel pontificato di Leone XIV, allora, l’Europa potrebbe aver finalmente trovato una guida autentica, capace di istradare il ripristino del sacro e del trascendente come orizzonte esistenziale per le sue popolazioni.

Naturalmente non si propone qui una teocrazia, ma si recupera l’idea – storicamente cristiana – che la laicità, e non il laicismo, sia lo spazio di una libertà ordinata. Giacché è proprio con il cristianesimo che nasce la separazione tra potere politico e insondabile voce interiore della coscienza.

Solo lì c’è l’antidoto alla sopraffazione statalista prima, e alla tirannide – in qualsiasi forma si manifesti – poi.

L’Europa è certamente in bilico. Ma non tutto è destinato a morire, perché le radici, quando sono profonde e adeguatamente curate, resistono anche alle tempeste più violente.

Michele Ferretti, 18 maggio 2025

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