Sanremo è il Festival di tante cose: del regime, della Costituzione, del conformismo, del pubblico a casa, più pota, in senso bergamasco, che apota in senso greco, cioè se la beve e come, si beve tutto, trangugia tutto, sono quelli che, e ve lo dice chi li ha osservati per anni, presidiano la passerella davanti all’Ariston e per ogni creatura vivente o semi-morente esultano, senza capirci niente, ci passa la Patty Pravo e “Prafa Mannoiaaa!”, passa una maschera gallonata dell’Ariston e “Prafo Ceneraliii!” equivocandolo Vannacci, una volta ho visto fare un urlo ad uno spazzino, un’altra volta a un gatto.
Sanremo è anche, da tempo, il Festival della negazione di tante cose: la musica, la qualità artistica, il divertimento, la satira, e non è nemmeno vero, non più, se mai lo è stato, che “rispecchia la società italiana”, che sarà pure infima ma se avesse il Festival per identikit non resterebbe che spararsi un colpo in testa.
Sanremo è pure il Festival dello sciacallismo opportunistico e quest’anno, edizione “Venti Ventisei”, settantacinquesima, ci pare, del Regno, lo dedicano al compianto Pippo Baudo ancora fresco. O caldo. Ma chissà se il grande vecchio, che le strappacorate sanremesi le aveva elevate ad arte, sarebbe contento dell’intestazione postuma di un Festival negazione, dove l’unica, in fondo pallida star (Patty Pravo ipse non è più proponibile, è reperto di se stessa), non sta in gara ma in cattedra, è la Pausini che peraltro “’l’ho scoperta io”, proprio il SuperPippo con la Solitudine di 30 anni fa, mai più eguagliata.
Lauretta nostra non è che abbia poi delle hit memorabili nel carniere. Però si è saputa coltivare, insomma è durata, zitta zitta l’eterna adolescente ha passato i 50 e può far da velona a Carlo Conti che ha già messo le mani avanti: due edizioni sono abbastanza, al prossimo giro cercatevene un altro. Sarà che si odono scricchiolii premonitori un po’ dappertutto, servizio pubblico, servizi privati, network concorrenti.
Cosa aspettarsi da questa ennesima liturgia circolare, è difficile dire ed è presto detto: qualità, nuova musica, nuovi protagonisti musicali, decisamente no: escogiteranno se mai qualche personaggio puramente mediatico, citazioni di citazioni, ectoplasmi autoreferenziali ma artisti veri no, sorprese autoriali men che meno; tanto più che a fare i pezzi, con l’ausilio decisivo dell’intelligenza artificiale, sono sempre quei tre, quattro, da cui una certa indistinguibilità, come una vaghezza per cui Masini e Fedez, due d’arredamento ormai, potrebbero cantare quello che fa l’Arisa, idem, e viceversa.
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O davvero ci aspettiamo momenti epocali da Ditonellapiaga, penosamente evocativo, Bambole di Pezza o Jay Samurai? Noi ci scateneremo, come ogni anno, potendolo, trovando, speriamo, materiale su cui lavorare, ma diventa sempre più difficile sbeffeggiare il nulla sottovuoto spinto, consociativo nulla, transversale nulla dove a ciascuno spetta un pezzetto di torta. Tranne al povero Presta, ormai fuori dai giochi, che si sfoga con le automemorie velenose, liberatorie.
Tanto nulla, che mai come quest’anno la grancassa pubblicitaria, mediatica è risuonata con tonfi assordanti e stridor di violini: hanno investito somme assurde, non precisate ma dell’ordine delle decine di milioni, il che significa che hanno affittato, pagato tutti gli spazi possibili dei giornali, dei siti, dei palinsesti; del resto la raccolta pubblicitaria si stima oltre i 100 milioni, record assoluto.
Sanremo ha da essere Evento anzitutto in chiave commerciale, tutti i main sponsors del Paese ci si infilano e il resto discende di conseguenza: un condizionamento ferreo su tutto, mascherato con le manfrine, le scenette popolari: hanno coinvolto lotterie, scommesse, giochi, i disgraziati per strada a fargli recitare i jingle, gente oltre l’età della ragione che si comporta senza decoro, come bambini in disagio o cani di Pavlov, ma perché Dio santo, perché?
Hanno aperto finestre sui telegiornali e quindi aperture e quindici edizioni intere, hanno bloccato tutto, guerre, catastrofi, eccidi, scandali come quello di Epstein, oltre l’orrore puro, in un modo oltre il parossistico. Come a dire: meno abbiamo fra le mani e più dobbiamo gonfiare l’aria, farla camminare.
Ormai si parla di Sanremo come dello sbarco in Normandia o sulla luna, se ne parla prima e al psoto dell’ennesima strage, pregate solo che al pazzoide alla Casa Bianca non salti in ciuffo di attaccare l’Iran in questa settimana, Giorgia perché saremmo costretti a saperne molto poco, travolti, dirottati dalle perfomance improcrastinabili di Nayt e Sayf, che dovrebbero essere i nuovi maranza della normalizzazione etnica.
Ecco cosa aspettarci da Sanremo “venti ventisei”: una continuità nel vuoto cosmico, nel conformismo televisivo e in quello del woke che non muore, se mai si adegua. Anche questo, vedrete, verrà catalogato come FestivalMeloni, ed è vero e non lo è, nel senso che la sinistra non ha più il pieno controllo di una kermesse considerata cosa sua, come tutto il resto, ma certe tossine, certe idiozie di conformismo non le scrosti, restano per inerzia come le muffe dietro ai quadri.
Quella Levante che già mette le mani avanti, “Se vinco non vado all’Eurofestival perché Israele è genocida”. Ma non vince e lo sa, una dei tanti finiti senza mai avere davvero cominciato, una che partiva dalla finta patetica dimensione antagonista, sbavata dalle rivistine come “il Mucchio Selvaggio”, e so di che parlo, subito arenatasi nel mainstream più patetico, dove regnano i compromessi di tutti i colori.
Carlo Conti lascia fare, lascia passare, sa che sono sparate a salve, non disturbano nessuno e decorano la torta con la melassa del pluralismo. Pluralismo de che? Ma va bene così.
Un’altra cosa che è lecito non aspettarsi, poi se succede tanto meglio, è il deflagrare delle polemiche: da anni ormai non se ne vedono più, Conti il lampadato è lì apposta per spegnere tutto e ci riesce bene, fa il mestiere suo: i comici sconosciuti ma potenzialmente fastidiosi come quel tal Pucci sono stati neutralizzati per diktat della segretaria PD, la Lella.
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A proposito di FestivalMeloni. Scorrerà tutto nel placido fiume della noia, rutilante, ma noia, e vanteranno i fatturati pubblicitari, unica cosa a contare nel magico mondo dei Conti. Ma troveranno, garantito, un modo per tirar dentro tutto, per far casino, da Fulminacci a vota NO.
Perché si sbaglia il ministro Piantedosi, il referendum è sì un’ordalia (a proposito: il copyright è mio, ministro, e lei lo sa), come lo è tutto in questo dannatissimo Paese, Sanremo incluso. Se una cosa possiamo aspettarci, da una messa malcantata per i soliti dieci, dodici milioni, è la demenziale propaganda pure sul referendum, che, vedrete, si sforzeranno di scovare pure nei testi penosi di questi non artisti.
Non so, piglia Chiello (che è vero, giuro, non una citazione da Renato Carosone): “Dicono sempre di esser degli eroi/Ma ti girano intorno come avvoltoi/Na na na na na na/Na na na na na na/Ma se lo sai/Che scegli sempre quello che ti farà male…”. Come non vederci un sottile invito a votare “dalla parte degli onesti” come dice Gratteri? C’è pure l’onomatopea mascherata, na na na na: basta poco, che ci vuole?
Max Del Papa, 23 febbraio 2026
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