Esteri

Albanese, il report della vergogna: “Italia complice di genocidio”

La relatrice speciale trasforma un rapporto Onu in un pamphlet politico contro l’Occidente: così il fanatismo ideologico prende il sopravvento

albanese genocidio Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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È tempo di chiedersi con serietà quanto quella che si spaccia per denuncia imparziale di Francesca Albanese – relatrice speciale dell’Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati – non si stia trasformando in una campagna politica più che in un’analisi rigorosa. Nel suo ultimo rapporto riportato dal Fatto Quotidiano, il nuovo idolo della sinistra non si limita a puntare il dito contro il governo di Israele, ma estende la sua accusa anche all’Italia, agli Usa e alla Germania tra gli altri: “Il genocidio in corso a Gaza – scrive la Albanese – è un crimine collettivo, sostenuto dalla complicità di Stati terzi influenti che hanno permesso violazioni sistematiche e prolungate del diritto internazionale da parte di Israele. Incorniciata da narrazioni coloniali che disumanizzano i palestinesi, questa atrocità trasmessa in diretta streaming è stata facilitata dal sostegno diretto, dall’aiuto materiale, dalla protezione diplomatica e, in alcuni casi, dalla partecipazione attiva degli Stati terzi”. Si tratta di affermazioni molto forti, che paiono collocarsi più nel linguaggio della mobilitazione che nel registro sobrio dell’analisi istituzionale.

Innanzitutto, l’uso del termine “genocidio” implica un intento distruttivo deliberato nei confronti di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso – requisito essenziale del Convenzione Onu sul genocidio.  Per la Albanese quel requisito è soddisfatto. Ora, è legittimo considerare che ci siano gravi violazioni in Gaza: nessuno lo nega. Ma affermare così pubblicamente e senza ulteriore dibattito che siamo in presenza di genocidio distribuisce la responsabilità in modo talmente esteso (dall’Italia agli Usa) da rendere difficile qualsiasi verifica fattuale e politica.

Secondo, la costruzione di “complicità” come elemento centrale della denuncia – “il sostegno politico, diplomatico, militare e strategico degli Stati Uniti a Israele… si è intensificato dopo il 7 ottobre 2023” – rischia di abbassare la soglia del ragionamento critico in favore di un’impostazione che somiglia più a un’accusa generale che a una analisi storica circoscritta. Quando Albanese afferma che “gli Stati terzi hanno permesso violazioni sistematiche e prolungate del diritto internazionale da parte di Israele”, la domanda che sorge è: in base a quali parametri si identifica quel permesso? Quali atti specifici rendono uno Stato “complice” nel senso penale o internazionale del termine? Il rapporto operazionale appare sovraccarico di retorica e leggero su dettagli giuridici che possano sostenere tali conclusioni.

Terzo, l’impatto sul dibattito democratico europeo – e italiano in particolare – va considerato con attenzione. Se paesi come l’Italia sono citati come “tra i maggiori fornitori” di armi o tecnologia a Israele, l’effetto è immediato: la nostra politica estera entra in un registro da “complici” prima ancora che da interlocutori. Ma è corretto che un rapporto Onu assuma implicitamente il ruolo di tribunale morale senza offrirsi al contraddittorio nazionale? Chi decide se la linea tra “assistenza militare” e “complicità nel genocidio” sia stata superata? La risposta non può essere consegnata esclusivamente a un rapporteur integralista – per quanto competente – ma richiede una discussione parlamentare, diplomatica e giuridica.

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Infine, va detto che nel momento in cui si alzano i toni così tanto – “Il mondo ora è sul filo del rasoio… Il rinnovamento è possibile solo se si affronta la complicità, si assumono le responsabilità e si fa rispettare la giustizia” – si rischia di perdere la distinzione fondamentale tra l’obiettivo di documentare crimini e quello di imporre una narrazione. Perché la pace, la sicurezza e la giustizia internazionale non si costruiscono con un j’accuse totale, ma con verifiche, trasparenza, equità e – appunto – contraddittorio.

In altri termini, il rapporto della Albanese solleva problemi reali e delicati ma la strada che sceglie è quella della condanna collettiva e dell’azione immediata, più che della valutazione graduata e politica. E in una democrazia che intende preservare la propria autonomia, un documento di questo tipo non può che essere bollato come “delirio”.

Franco Lodige, 24 ottobre 2025

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