Negli ultimi 15 anni le leggi di bilancio o manovre finanziare varate dai governi che si sono succeduti si sono attestate intorno ai 30 miliardi annui, in alcuni anni andando ben oltre questa cifra e in altri, come quello in corso, standone al di sotto intorno ai 22 miliardi. Sono cifre importanti, a volte definite di “lacrime e sangue”, perché intervengono sulle maggiori voci strutturali della spesa pubblica.
Ma l’Italia quanto spende ogni anno? La spesa pubblica annua italiana è arrivata a circa 1200 miliardi, una cifra da capogiro che comprende le spese correnti relative a stipendi, pensioni e welfare; le spese in conto capitale per investimenti in infrastrutture e la spesa in interessi per la remunerazione del debito pubblico. Quest’ultima vale intorno ai 100 miliardi, quella per la sanità circa 150. Quindi, se c’è una cosa che non manca in Italia, sono i soldi. Il problema è da chi e come vengono spesi.
La spesa pubblica cresce costantemente, è un sistema che si auto giustifica e non si pone freni. Un mostro che divora risorse le spende a volte in maniera incomprensibile e spesso senza che qualcuno ne risponda. Una delle metafore elaborate dalla cosiddetta scuola della Supply-side economics è quella che indica la necessità di “affamare la bestia” (“starve the beast”). Se dai 10 kg di fieno alla bestia e le dici di mangiarne solo 9 perché è necessario risparmiare e spendere di meno, la bestia mangerà tutti i 10 kg. L’unica soluzione è darle 9 kg.
La spesa pubblica funziona allo stesso modo, gli appelli a spendere meno e meglio non ottengono risultati. Anzi, la richiesta è sempre quella di aumentare le entrate, cioè aumentare la pressione fiscale. È ragionevole considerare che dei 1200 miliardi spesi ogni anno almeno il 10% (per essere ottimisti) siano spesi male o per mantenere strutture e canali di spesa inutili. L’equivalente di 4 manovre finanziarie!
È necessario ridurre e razionalizzare la spesa pubblica, riducendo la pressione fiscale per lasciare più risorse alla spesa e all’investimento privato. Bisogna “affamare la bestia”, o, come diceva Ronald Reagan “ridurre la paghetta al bambino spendaccione”.
Uno dei processi più interessanti in corso al momento su questo terreno è il lavoro titanico che il presidente Milei ha impostato in Argentina. Economista di livello, Milei è stato raccontato per lo più riguardo agli aspetti folkloristici della sua campagna elettorale. In realtà è un economista che conosce molto bene la materia, citando a memoria l’opera dei maggiori esponenti della Scuola Economica Austriaca, del calibro di von Hayek e von Mises.
Certamente l’Argentina partiva da una situazione molto difficile e per certi versi quasi compromessa, ma il lavoro di Milei incentrato sul cardine del controllo, riduzione e razionalizzazione della spesa pubblica ha portato in questi primi anni a risultati significativi. Inflazione, povertà e rischio paese: minimi da 8 anni. Attività economica ed esportazioni ai massimi storici (sia in valore che in quantità). Debito pubblico del Tesoro: minimi da 9 anni; credito al settore privato: massimi da 8 anni.
Certamente il successo del programma dipenderà dalla continuità delle riforme, dalla capacità di consolidare i cambiamenti istituzionali e dalla prosecuzione del processo di liberalizzazione economica. Ma forse una riflessione andrebbe fatta anche in Italia: si parla di Piano Mattei per l’Africa non sarebbe male iniziare a pensare ad un “Piano Milei” per la razionalizzazione della spesa pubblica europea ed italiana.
Fabrizio Bonali, 12 luglio 2026
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